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Favola di Natale

Avatar di Alberto Pezzini, in Blog, del

Le favole di Natale sono favole.
Sicuri ?
Una volta c’era un uomo che si sentiva ancora un ragazzo.
Non era vecchio, ma non era più giovane.
Era uno dei nostri tempi.
Non gli sembrava di essere invecchiato, anche se il tempo – e le troppe vite vissute tutte in una – lo avevano segnato come un legno sul mare.
Una delle perdite più dolorose era stata la morte del padre. Dicono che gli uomini non siano più gli stessi dopo che perdono il proprio padre. Come gli alberi sull’acqua.
Le loro radici si assottigliano, o forse prendono maggiore consapevolezza di dover penetrare nel terreno soltanto con le proprie forze.
Quel padre lì, il suo, non aveva neanche voluto farsi seppellire come tutti gli altri.
Per morire aveva scelto il mare.
Nessun problema, in fondo, ma restava il dilemma del luogo materiale dove andargli a parlare e portare un fiore.
I fiori e le parole glieli portava allora al mare, dove il suo papà si fermava di solito a lanciare la lenza delle canne.
Un porto come tanti altri. Tutte le volte che cadeva il compleanno del padre, oppure la data della sua morte, andava là, con i fiori che disperdeva in mare.
Ogni volta si diceva che ci andava troppo poco.
Ogni volta che si alzava da quell’angolo di mare, però, si sentiva sollevato.
Una sera di Natale il nostro ragazzo stava andando a comprare i fiori per suo padre ma – prima – doveva ancora passare da un amico a ritirare un regalo.
Non lo vedeva da anni e soltanto da poco tempo si era ritrovato con lui.
Quando lo vide, dopo gli abbracci e la bottiglia, l’amico estrasse a sorpresa fuori dalla tasca cinque euro e disse: ”Quando vedi la mamma, dalle questi soldi per comprare un fiore al tuo papà”.
Lo guardava con occhi lucidi.
Era la prima volta – dopo tanti anni – che qualcuno gli parlasse di suo padre, così, tanto dolcemente e con quel rimpianto che conosceva soltanto lui.
L’amico aggiunse ancora che per lui il suo papà era stato una persona speciale.
Si lasciarono senza parole, in quel bar acceso dentro una notte d’inverno. Senza neanche dirsi più di tanto perché le gole erano strozzate da un magone spesso come una coperta di lana.
Il nostro uomo riuscì a dire all’amico che avrebbe fatto di più: sarebbe subito andato dal fioraio ad aggiungere un fiore ai propri da portare al suo papà.
Così fece. Insieme alle tre rose bianche che acquistava di solito, comprò un iris bianco. Mentre gettava i fiori in mare, sussurrò un saluto al padre da parte di quell’amico che si era ricordato di lui, dopo tanti anni.
I fiori, che di solito dopo un po’ prendevano il largo verso l’imboccatura del porto, quella sera rimasero a galleggiare attaccati alla banchina, dove suo padre pescava i polpi.
Sarà stata la corrente, oppure l’iris che pesava di più, a trattenere le rose vicino a quel muro di cemento dove suo padre si sedeva sempre in cima, con quel cappello di lana calcato in testa.
L’ultima volta che era andato a pescare lì, con il nipote, non aveva neanche avuto la forza di ritirare le canne: lo aveva fatto il ragazzo, mentre il nonno se lo mangiava con gli occhi. Forse aveva capito che il momento era venuto e che – comunque – ci sarebbe stato qualcuno a prendersi cura delle sue cose.
Comunque, quella sera di Natale il nostro uomo sentì meno del solito il freddo del mare, e di più la carezza del vento.
Si disse che non poteva essere una mera coincidenza, e che forse si sentiva meno affaticato del solito perché gli era parso che il suo papà gli avesse alitato sul viso qualche parola sensibile, come faceva ogni tanto. Quando proprio non se lo aspettava e Dio sa quanto ciò lo colpisse sempre nel profondo.
Sul mare del porto, dove la sera era sempre buia, quel ragazzo che sentiva il peso della vita aveva percepito suo padre perché anche un amico si era ricordato di lui.
Allora pensò che anche la morte si può battere se qualcuno è disposto a ricordarsi di chi siamo stati.
E se ne andò dal porto, dove stava suo padre, con quel suo nuovo regalo di Natale.
Sorrideva nel buio.

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Alberto Pezzini

Alberto Pezzini è nato nel 1967 a Sanremo. Laureato in giurisprudenza a Genova e procuratore legale dal 1995 (avvocato dal 1997), ha già maturato quasi vent’anni di avvocatura e non è ancora stanco, anche se a volte - tra iva e clienti che non pagano - vorrebbe fare soltanto lo scrittore. Collaboratore di Libero, ha collaborato prima ancora con Il Secolo d’Italia e Il Corriere Nazionale. Scrive anche per Mente Locale.

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