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Emozioni: il coraggio di viverle, riconoscerle e riconoscersi

di Redazione Milano, in Interviste, del

“Sto bene”.

“No, dai come stai?”

“Davvero, sto bene.”

Così rispondiamo a questa semplice domanda ogni giorno. Ricorriamo a un automatismo per interfacciarci col nostro interlocutore. Effettivamente, non pensiamo a come stiamo davvero. Può essere, sì che stiamo bene, ma tante volte rispondiamo in tal modo anche in caso contrario. Ignorare i persistenti segnali di un malessere può sortire effetti negativi e bisogna indagarne le origini. Ma da dove viene il malessere? In letteratura i riferimenti non sono pochi; dalla sofferenza del pessimismo leopardiano si passa a quello che, Eugenio Montale, chiamava male di vivere, e tanti sono gli esempi che possiamo riscontrare nella letteratura contemporanea, nel cinema e nelle arti. E’ solo il risultato di una diversa percezione delle emozioni o tendiamo a enfatizzare i problemi che tanto ci affliggono? Certamente non tutti siamo in grado di gestire le emozioni nello stesso modo. Il modo in cui queste si trasformano e vengono interpretate da chi le vive cambia la concezione di emozione stessa. Ed è quando l’emozione negativa si trasforma in stile di vita, che bisogna tenerla sotto osservazione. Per studiarne le origini. Per capire come evolve. Per capire cosa vuole dirci. Quando ci sentiamo giù di morale, siamo soliti ricondurre questa sensazione a un’emozione specifica, che può dire tutto o niente di noi: la tristezza. Si può essere tristi per svariati motivi: una vita insoddisfacente, la perdita del lavoro, il litigio con un amico, una delusione d’amore, la scomparsa di una persona cara. Non ci rendiamo conto di quante sfaccettature abbia quest’emozione; un’infinità sono le accezioni che possiamo attribuirle e queste possono prendere le pieghe più impensabili. Momenti di enfasi alternati a quelli di profonda apatia, quando non sporadici e motivati, possono ricondursi ai tipici sintomi di uno stato depressivo. Un peso che non si riesce a spiegare e che non vogliamo ammettere neanche a noi stessi. E questo peso possiamo eliminarlo? C’è un rimedio a questo modo di star male? Il rimedio c’è e già riconoscere di avere un malessere psico-fisico rappresenta un enorme passo avanti.

Le persone che riempiono la nostra vita, spesso non capiscono. Questo non vuol dire che non ci vogliano bene, anzi, è proprio il contrario. Semplicemente non sanno come affrontare il problema, la questione, che gli appartiene e non gli appartiene: gli appartiene perché noi facciamo parte della loro vita e non gli appartiene perché solo noi sappiamo quello che proviamo e nessuno meglio di noi sa come salvarsi. Ognuno conosce il proprio salvagente, lo sa individuare e spesso questo capita quando si tocca proprio il fondo, quando facciamo fatica a riconoscerci. E se perdi la concezione del tuo io, di te stesso, devi fare qualcosa. In quella strada isolata che ti si presenta davanti, devi trovare un bivio, un sentiero, una strada parallela che ti faccia uscire una volta per tutte dal labirinto dell’apatia. Spunti di approfondimento, questi, offerti dalla casa editrice “L’Asino d’oro” nel nuovo libro delle autrici Cecilia D’Agostino, Marzia Fabi e Maria Sneider dal titolo “Depressione. Quando non è solo tristezza”, presentato ieri a Book Pride.

La collana di cui fa parte il testo, è appositamente studiata per gli adolescenti ma il saggio è un ottimo strumento per adulti e professionisti sia in campo medico che formativo. A dialogare con due delle autrici Marzia Fabi e Maria Sneider, ci sono Daniela Della Putta, psicologa clinica e psicoterapeuta che lavora in ambito privato a Milano e per un’associazione di Roma che si occupa di disturbi dell’infanzia, Francesco Pratesi, psicoterapeuta e psichiatra presso il Centro di salute mentale di Piacenza ed Eleonora Serale, insegnante di scuola media. Che l’argomento sia di sicuro interesse non v’è dubbio: non bastano i posti dell’auditorium. Occorrono altre sedie per far accomodare gli spettatori. Il libro riporta i risultati della ricerca clinica in psicoterapia, riflesso dell’applicazione dell’analisi collettiva di ricerca libera sulla realtà umana non cosciente, condotta per quarantun anni dallo psichiatra Massimo Fagioli, autore noto per la teoria della nascita. Condizione umana conosciuta fin dall’antichità, la depressione ha subito un’evoluzione: dall’essere concepita come l’azione di un Dio malevolo o di uno squilibrio dell’umore del corpo è stata poi identificata come una vera e propria malattia mentale, una patologia che trova il suo nucleo sulla lesione dell’immagine interna di sé, lesione qualificabile come più o meno grave, ma che, non necessariamente, è da intendersi come una condanna ineluttabile. Il malessere depressivo origina da rapporti deludenti legati ad una giusta richiesta di sincera affettività, cui il soggetto che ne è affetto non ha trovato riscontro. La sofferenza psichica invade ogni pensiero, ogni movimento della persona. Molti sono gli effetti negativi che questa produce: bassa autostima, auto svalutazione, fino ad arrivare al caso estremo del delirio.

Non voler cadere a tutti i costi nella sofferenza, che può essere anche fisiologica e non solo patologica, induce a estraniarsi da qualsiasi tipo di emozione negativa, a trovare rifugio nell’anaffettività, ancora di salvezza per evitare il male di vivere. Quest’atteggiamento di distacco, spiega la dottoressa Della Putta, si può riscontrare in qualsiasi ambito della società. E’ molto diffuso, ad esempio, tra i manager per i quali la depressione è molto temuta: se ti tocca non sei più performante e ti fa restare fuori dai giochi. Molte sono le aziende che hanno interesse a che i loro manager non appaiano negativi ma sempre propositivi e solari: il sentimento negativo deve essere occultato. L’importante è sembrare sani. A furia di sembrare, però, si finisce col non essere. La sofferenza sopita non fa che ingigantire il problema. Invece questa è talvolta necessaria: reagire con tristezza ad un evento è sinonimo di sanità mentale, spiega ancora la dottoressa Della Putta. Al contrario, tentare di rifuggire il malessere con stati euforici, droghe o sostanze psicotrope produce un alto rischio per l’individuo di divenire anaffettivo e superficiale, oltre a qualificarsi questo tentativo, come un “rimedio” con certi esiti patologici. Sopito il sintomo, si rischia di annullare anche quella sensibilità che tanto ci caratterizza come esseri umani. Il soggetto interessato da questa patologia, è pervaso dal senso di inadeguatezza, si vede brutto e per allontanare questo stato fisico oltre che mentale adotta un meccanismo di difesa che tanto fa comodo ed è apprezzato dalle società del neoliberalismo economico. Chi cerca di non provare sentimenti appare come distaccato, freddo, asettico alle emozioni e fa stare male chi di conseguenza conserva ancora la sensibilità intaccandone capacità creative e relazionali. Di fatto, chi si comporta in tal modo, ha talmente paura di precipitare in una crisi che la induce negli altri, non sapendo rispondere agli affetti. Il testo, spiega la dottoressa, pone la differenza tra anaffettività, indifferenza, depressione e oppressione, cui le autrici danno delucidazioni nel corso della presentazione. E’ certamente provato, che per arrivare allo stato depressivo si passa per l’oppressione. A tal proposito, illuminante è un esempio relativo a una ricerca condotta sulla percezione che i bambini hanno del rapporto con gli adulti, in particolare è stato richiesto ad un bambino di sei anni cosa provano i bambini quando con i grandi le cose non vanno. E la risposta lascia parecchio riflettere: i bambini si sentono più piccoli, scoraggiati, insicuri. Pensano che gli adulti facciano tutto bene e per questo hanno ragione. Interviene poi Eleonora Serale, la quale afferma che, generalmente, la tristezza nei ragazzi non ci fa preoccupare ed è, ribadisce, una reazione sana a eventi dolorosi. Tant’è che bisogna proprio distinguere cosa è tristezza e cosa non lo è. Di certo, nella sua professione, fondamentale è il rapporto di grande fiducia che viene a instaurarsi tra docente e discente.

La depressione, che la docente definisce “pulita”, è derivante da un’oppressione esterna che porta a una svalutazione del ragazzo. E’ la stessa insegnante a riportare l’esempio di una ragazza di seconda media, che ad un certo punto del percorso scolastico, fa percepire alle docenti che qualcosa non va. La capacità di dialogo ha permesso di approfondire che la ragazza, non si rapportava più al mondo circostante come prima perché la madre le impediva di frequentare un’amica, che a detta sua avrebbe potuto portarla ”sulla cattiva strada” e in ogni caso avrebbe dovuto studiare di più. I risultati scolastici della ragazza, al contrario, non erano così negativi e la capacità di ascolto dei docenti oltre che il rapporto di fiducia con questi instaurato, hanno permesso di muovere un piccolo passo nella comprensione di questo cambiamento, apparentemente immotivato. Alle autrici vengono poste delle domande dai relatori. La prima domanda è fondamentale per la comprensione di tutta la struttura del testo e riguarda la differenza tra depressione e oppressione che sono molto diverse tra loro. Mentre la depressione è legata a un’immagine interna già fragile, che si forma nei primi anni di vita, l’oppressione è una pressione esterna. Il depresso non ha avuto le giuste attenzioni che meritava. Di estrema importanza è qui la figura genitoriale che deve essere in grado di “premiare” il figlio senza far passare tutto per “è tuo dovere”. La reazione del depresso a ulteriori delusioni inerenti mancati riconoscimenti per i propri successi, consiste nel riservare, nei suoi stessi confronti, rabbia, odio e disistima, facendolo ammalare ulteriormente. Diviene, per questo motivo, una patologia. Al contrario l’oppresso è una persona fondamentalmente sana che riesce a reggere il peso della delusione e non si ammala. Nessuna cicatrice e nessuna ferita gli è provocata perché ha stabilità interna. A lungo andare può accadere che questo meccanismo di autodifesa venga meno e si inneschi invece un rapporto di dipendenza con l’oppressore: chi era l’oppresso instaurerà una sorta di unione con l’oppressore. Caso illuminante del libro è la storia di Maia, giovane donna di ventisette anni proveniente dal Sud Italia, senza tanti grilli per la testa. Maia indossa un abbigliamento semplice, veste sempre gli stessi colori scuri, non si cura molto, tanto che il suo volto senza trucco fa trasparire tutte le sue sofferenze. E’ laureata in design e dopo gli studi conosce Carlo, studente all’ultimo anno di ingegneria elettronica. Con lui è diverso, lui è diverso dagli altri. Si sente protetta. Carlo è un uomo gentile, educato e questo le dà sicurezza. Decidono di andare a vivere insieme, esperienza che le dà conferma che si sente soffocare dalla situazione, ha paura di se stessa. La troppa razionalità di Carlo, il suo specchio, le sta stretta. Prima di conoscere l’anaffettività di Carlo, conosce quella della madre che non si cura molto di lei e per la quale ogni pianto della figlia da bambina, è solo ed esclusivamente un capriccio. Un uomo così sicuro come Carlo le fa credere che tutto quello che lui dice sia giusto, che sia lui ad avere ragione. D’altronde, però, la scelta del partner non è mai un caso: è proprio il depresso che tende a innamorarsi di una persona apparentemente più solida, ma questa risulta tale perché ha allontanato dalla vita gli affetti.

E’ il dottor Pratesi, che ricorda che la depressione non è un disturbo dell’umore ma una patologia del pensiero e dell’affettività; le alterazioni umorali sono presenti in tutte le patologie psichiatriche, non solo in quella depressiva. E’ lui a introdurre un’altra sfaccettatura riguardante la depressione, quella post partum, dove particolari condizioni ormonali tendono sempre a essere indicate come causa scatenante delle crisi depressive della neomamma. Nel testo, dice Pratesi, viene sfatato il mito dell’istinto materno, come proprietà femminile innata; al contrario, la donna è da aiutare in questa fase delicata. Infatti, la nascita di un bambino può far emergere carenze che la donna aveva prima di diventare mamma e che magari erano rimaste latenti. La donna che si deve confrontare con questo momento, se non ha mantenuto solidità interna o se questa non fosse preesistente, o se non possiede una realtà di sensibilità e affettività, di fronte all’evento della nascita, può entrare in crisi e non essere in grado di rispondere a tutte le cure che il bambino costantemente richiede. Per Pratesi il testo è valido per completezza di argomenti e pur non essendo un manuale non manca niente poiché il lavoro clinico è presentato con coerenza e professionalità; permette di distinguere fra tristezza, oppressione, depressione “sporca” e depressione post partum. Sottolinea, in ogni caso, che le depressioni derivano tutte da una causa non organica, spiegazione questa, estesa sia a forme maggiori come quella del delirio per cui il paziente viene trattato con farmaci sia al caso della depressione post partum. Una peculiare forma di depressione tratta nel testo è quella adolescenziale cui è dedicato un intero capitolo.

Qui la docente Serale, fa presente come sia fondamentale, distinguere tra crisi adolescenziale fisiologica e patologica. La stragrande maggioranza delle crisi adolescenziali è di origine fisiologica, considerata l’ampia gamma di emozioni che dovute agli squilibri ormonali, gli adolescenti devono affrontare. Come mai, chiede alle autrici, la depressione è così diversa negli adolescenti e nei bambini rispetto agli adulti? Bambini e adolescenti hanno pochi anni di vita alle spalle e rispondono a una malattia come la depressione con spontaneità e immediatezza. Nei bambini tutto si direbbe tranne che ci troviamo di fronte ad una depressione; i campanelli d’allarme sono riconducibili a molti disturbi dell’attenzione, iperattività e disturbi d’ansia generalizzati, che si qualificano tutti come forme di depressione. Costituiscono la risposta a rapporti umani deludenti e pertanto, molte volte, lo stesso stato depressivo non viene diagnosticato bene. Tra le ripercussioni che i bambini manifestano, si ricordano noia, disobbedienza e svogliatezza oltre a numerosi sintomi somatici quali mal di pancia, mal di testa o mal di schiena. Un’eccessiva chiusura o timidezza oltre a problematiche legate a tutto ciò che riguarda la scuola ne sono ulteriore conferma.

Negli adolescenti invece sono la rabbia, l’irritabilità e l’agitazione psicomotoria che possono identificarsi come sintomi che mettono in pericolo gli stessi giovani. Le conseguenze sono molto delicate: anoressia, bulimia, autolesionismo mettono a repentaglio la salute del ragazzo. Un punto in comune tra bambini e adolescenti quindi c’è e consiste nello “strumento” attraverso il quale la depressione “esce allo scoperto”, il corpo, non riuscendo ad esprimere attraverso le parole cosa provano. L’arrabbiatura e la delusione sono espressioni della lesione dell’immagine interiore, nucleo centrale della depressione; altre emozioni sono la rabbia e l’odio provati da chi soffre lo stato depressivo fino ad arrivare all’anaffettività. Qualunque sia la manifestazione emotiva del bambino o dell’adolescente, l’importante aggiunge l’insegnante Serale, è avere fiducia in loro.

I bambini spesso vengono considerati cattivi e prevaricatori: bisogna assolutamente  contrastare quest’ideologia, ripartendo proprio dalla teoria della nascita di Massimo Fagioli, pensiero che quest’ultimo ha sottolineato in un’intervista per la rivista “Il sogno della Farfalla”. Gli adulti affrontano la malattia diversamente. Si costruiscono schemi di comportamento molto rigidi da cui a volte è difficile uscire. Difficile, però, non significa impossibile: dopo la depressione si può guarire, questa non è da considerare come una condanna o come una spada di Damocle sulla testa di chi, ha già familiarità con la patologia. La speranza di guarigione c’è, rimarca il dottor Pratesi. Chi si trova e si ritrova in questo modo negativo di vivere la vita ha una via d’uscita. Confrontarsi con qualcuno che non si conosce, spesso fa paura, ma permette al contempo di aprirsi su argomenti, questioni, sui cui non ci si sente capiti e che potrebbero danneggiare lo stato di salute. Ed essere capiti fa stare bene tutti. Nessuno escluso. Si tratta quindi solo di difficoltà di comunicazione? No. Certamente le nostre paure possono anche essere fondate ma nessuno meglio di noi è in grado di indagarne la causa e, se quando serve si è aiutati da un esperto, questa ricerca di cause – effetto diviene più facile.

L’obiettivo in ogni caso sarà sempre il medesimo: la ricerca e la volontà di vivere in armonia con se stessi.

Marilena Di Re

Redazione Milano


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