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Diritto di cronaca del giornalista e l’articolo 27 della Costituzione

di Redazione Milano, in Interviste, del

Non è raro che il dovere di cronaca faccia venire meno uno dei principi costituzionali, la presunzione di non colpevolezza, su cui si fonda l’ordinamento giuridico italiano. Chi sbaglia deve pagare e su questo non si può assolutamente transigere, ma è sempre bene tenere a mente che un soggetto indagato non deve ritenersi colpevole ancora prima che dalle aule giudiziarie ne sortisca una sentenza di condanna. Un ruolo essenziale, in un’accezione negativa, lo ha il giornalista di cronaca nera. Accezione negativa perché spesso condanna ancora prima che un magistrato si pronunci in merito. Questo l’argomento affrontato da Vittorio Roidi e Lorenzo Grighi nel loro saggio “Giornalisti o giudici” edito RaiEri, dove nero su bianco, viene ricordata l’importanza del ruolo del giornalista nella determinazione dell’immagine, dell’identità, di chi è indagato per crimini di particolare efferatezza.

Roidi, docente presso il Centro Italiano di studi superiori per la formazione e l’aggiornamento in giornalismo radiotelevisivo e fino al 2007, segretario dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, dichiara la sua volontà di raggiungere l’ideale, non utopistico, di una responsabilità giornalistica non solo in termini deontologici ma anche e soprattutto etici. No alla superficialità di informazioni, sì al reperimento di queste da più fonti attendibili. Perché il giornalista sposa la tesi colpevolista dell’accusa? La risposta sta, purtroppo, nella necessità di immediatezza. Indagare “la verità” richiede tempo, il pubblico è avido di informazioni e i giornalisti si arrogano spesso il diritto di processare come giudici non rendendosi conto che, oltre a violare principi deontologici cui devono far riferimento, “massacrano” come afferma lo stesso Roidi, una persona. Nel saggio si mettono a confronto due generazioni, quella di Roidi appunto, accompagnato nella sua ideologia dal giovane giornalista Rai Lorenzo Grighi, anch’egli docente presso il Centro Italiano di studi superiori per la formazione e l’aggiornamento in giornalismo radiotelevisivo. Quello che preme agli autori è evitare il massacro mediatico per chi non ha ancora conosciuto gli esiti processuali della vicenda che lo riguarda in quel momento. Il potenziale criminale viene stigmatizzato, etichettato, tacciato come deviante: il soggetto  viene classificato per caratteristiche, sia fisiche che relative alla sua personalità. Se vogliamo, a livello sociologico si ripresenta una sorta di teoria dell’etichettamento: chi non è ben visto dalla collettività, perché presunto colpevole, è un criminale.

I casi a confronto dei delitti di Meredith Kercher a Perugia, e Chiara Poggi a Garlasco, possono trovare una similitudine: gli indagati, vengono da subito accusati dal mondo mediatico ancora prima che un giudice, la bocca della legge, possa pronunciarsi in merito. Il risultato che ne sortisce è una spettacolarizzazione dei fatti, ben lontano da quello che è l’obiettivo di un buon giornalista: i protagonisti della cronaca vengono usati per l’intrattenimento. Prezioso il contributo dell’ospite Raffaele Fiengo, secondo il quale bisognerebbe procedere responsabilizzando maggiormente i giornalisti sia “di fatto” sia professionisti. Cambiare le cose non è facile, non è semplice andare controcorrente. Essere una goccia nel mare, non solo nel giornalismo ma in qualsiasi professione, nella vita di tutti i giorni, può dare il buon esempio e fare la differenza.

Marilena Di Re

Redazione Milano


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