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Diario dello smarrimento: una chiacchierata con Andrea Di Consoli

Redazione di Redazione, in Letteratura, del

È uscita da qualche settimana Diario dello smarrimento, l’ultima opera del letterato lucano Andrea Di Consoli, lo abbiamo intervistato per parlarci del suo libro, della letteratura, dei luoghi, dell’amore e della vita.

Diario dello smarrimento. Perché ha scelto proprio lo smarrimento, tra tutti i vocaboli che indicano sensazioni di angoscia?

Perché mi pareva più adatto a indicare quel sentimento che si prova quando, durante un viaggio, ci si perde. Non è la prima volta che mi capita di perdermi, ma questa volta è stato più difficile del solito. Quando ci si smarrisce non si sa bene dove andare, cosa fare, come comportarsi. Tutti ti danno dei consigli, e spesso sono dei consigli giusti. Ma la verità è che quando la tua anima si smarrisce nessuno può dirti cosa fare. Semplicemente devi andare fino in fondo nello smarrimento, provare a superarlo con la vita stessa. Lo smarrimento può durare giorni o anni, può risolversi con una rinascita o con uno sprofondamento definitivo. È un momento difficile, nella vita di una persona. Il “Diario dello smarrimento” è stato pubblicato, ma lo smarrimento no, non è terminato. Questo libro non ha ancora un lieto fine.  

Nella sua carriera letteraria ha scritto romanzi, poesie e saggi; cosa l’ha portata a propendere per la forma del diario?

Il diario è un genere meraviglioso. Ma è difficilissimo, anche se sembra “elementare”. Non basta essere sinceri e confessionali per scrivere un buon diario, ma bisogna aver maturato una visione del mondo non  scontata, uno stile icastico, sintetico, narrativamente incisivo. Mentre lo scrivevo avevo ben in mente alcune opere di Peter Handke ed Elias Canetti, e libri cruciali quali Quasi una vita di Corrado Alvaro, Il mestiere di vivere di cesare Pavese e Proprietà perduta di Franco Cordelli. Il diario mi ha permesso di esprimere massimamente i miei bisogni di uomo e di scrittore: episodicità, frammentarietà, istintività. Avevo bisogno di raccontarmi senza mai uscire da una profonda consapevolezza letteraria, benché mai “costruita” o volontaristica.  

A chi si rivolgono queste memorie? Questo libro è nato come una valvola di sfogo oppure come un ponte tra la sua interiorità e i lettori?

Questo è per me un tema molto complicato. L’ho anzitutto scritto per un amore perduto. Dunque per una donna assente. Per una donna che, probabilmente, ha anche disprezzato il fatto che io abbia scritto un simile libro. Quindi, sinceramente, molte di queste pagine le ho scritte per lei – per lei assente, svanita –, per questa donna che mi ha fatto scoprire il male d’amore, che non avevo mai conosciuto prima nella sua forma più umiliante e annichilente. Ma grazie a questo dolore, che spesso è stato gratuito e insensato, ho anche trovato la forza di reagire, di ribellarmi, di condividere con un numero sempre maggiore di persone il mio smarrimento, trasformandolo in un motore di fraternità, di dialogo, di confronto, di calore, ma anche di conoscenza, perché oggi posso dire di conoscere meglio la vita, certi abissi nei quali si può cadere senza capirne il motivo.

Questo diario è un progetto che è stato portato avanti nel tempo, oppure si tratta di un’opera retrospettiva che raccoglie tra le pagine i ricordi della vita passata?

L’ho scritto giorno dopo giorno. Magari ho ricordato cose del passato. Ma di scriverlo l’ho scritto ogni giorno un poco. È diventato un progetto solo quando Massimo Onofri mi ha detto che era un libro, e che voleva pubblicarlo. A quel punto l’ho anche visto come un progetto. 

Lei si sente vicino a quegli autori comunemente definiti “scrittori dell’emigrazione”, che spesso raccontano della loro alienazione ed estraneità al mondo che li circonda?

Sono ossessionato dai luoghi (Zurigo, dove sono nato, la Basilicata, dove sono cresciuto, Roma, dove vivo, e il Sud in generale) perché fondamentalmente non mi sento a casa da nessuna parte. Eppure non sono un cittadino del mondo. Essere figlio di emigrati mi ha lasciato addosso questa sensazione di appartenenza parziale. Quanto più esaspero il tema geografico o il tema identitario, tanto più vuol dire che vivo una sofferenza, un disagio, uno smarrimento. Questo non è solo un dato mio psichico, ma anche culturale, nel senso che non amo le ideologie totalizzanti, le comunità chiuse, i cerchi, le certezze apodittiche, le sette incestuose. Sono sempre in una posizione defilata, marginale, liquida, dubbiosa, curiosa, “aperta”, anche quando per ragioni estetizzanti esaspero appartenenze e consustanzialità.  

Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt”, dicevano i latini. Chi attraversa il mare cambia cielo, non animo. Secondo lei lo smarrimento è legato anche al luogo in cui ci si trova, oppure è una condizione esistenziale?

I luoghi sono neutri finché non vi accade una guerra, un trauma, una ferita. Il “Diario dello smarrimento” parla molto di Napoli proprio perché a Napoli si è consumata la ragione dello smarrimento. Se penso a Napoli penso alla città di un mio grande fallimento, di una caduta inaspettata, imprevista. È ovvio che l’intera città – che nulla c’entra con questa vicenda privata – sia inevitabilmente risucchiata in questo trauma, e ogni suo aspetto diventi rivelatore di qualcosa che ha a che vedere con la mia “questione privata”. Questo mio libro ha senso se la mia “questione privata” diventa, per via letteraria, una questione non solo personale.

Il suo libro viene descritto come “Un diario intimo, tanto più personale quanto condiviso e universale”. Quale ritiene che sia, tra le esperienze che ha vissuto e raccontato, quella più universale?

Senza dubbio il tema della perdita, dell’addio. Ovvero la perdita della persona amata; o l’eutanasia, per ragioni irrazionali, di un amore nel pieno della sua potenza. E dunque la conseguente solitudine, il senso di colpa, la rabbia, la nostalgia, la disperazione. E la paura di non guarire più dall’assenza, o di non poter amare più, quasi per un sortilegio. Perdere un amore non per consunzione ma per escissione improvvisa significa vivere un trauma che può compromettere per molto tempo la vita di una persona. Non è vero che di amore non si può morire. È vero il contrario. Solo che ci si vergogna a dirlo, perché non è virile, soffrire di amore. Ecco, il mio atto di coraggio è questo: io dico che di amore si può morire. Ho conosciuto in quest’ultimo anno persone che vivono per inerzia, che sopravvivono, ma che dentro sono morte proprio per un amore finito nel silenzio, nella reticenza, nell’assenza.

In una precedente intervista si è definito scrittore-licantropo: può spiegare il significato della metafora ai lettori?

Non ricordo in quale circostanza io abbia detto questa cosa, ma forse riguarda questa strana energia fisica che provo quando sento di dover scrivere. È come se mi trasformassi, regredendo a uno stadio animalesco, di chi si lascia sopraffare da un impeto primordiale, ancestrale. 

Parla spesso di una voragine dentro di lei che non riesce a colmare. È sempre stata lì, o pensa che ci siano state esperienze nella sua vita che hanno contribuito a farla crescere?

È sempre stata lì, anche quando sono stato felice. E ha a che fare con la solitudine, serva sciocca della morte. Questa voragine la sento allo stomaco. Tanto che dico sempre che per me l’amore, la pace, la gioia sarebbe una mano di donna che entrasse in questa voragine per riempirla, placarla, accettarla. L’amore per me è una mano di donna che mi placa lo stomaco.

C’è qualche scrittore che le ha ispirato l’idea della stesura di questo libro?

Quelli che ho citato prima.

Penso a tutti i libri che non sono stati scritti, alla grande storia della letteratura invisibile, rimasta ferma e muta in una morsa di stomaco, in uno struggimento che di colpo si fa paura, e poi solitudine, e poi corpi da abbracciare senza dire nemmeno niente”. Cos’è per lei la letteratura invisibile?

È il silenzio, cioè la solitudine, cioè la morte. Sono terrorizzato dal silenzio. Non solo quello mio, ma dell’umanità intera. Sia dei vivi che dei morti. Impazzisco quando sento di persone che hanno taciuto un amore, un segreto, un dolore per tutta la vita. Odio il silenzio. Vorrei che la gente gridasse ogni cosa, che il mondo fosse stordito da un rumore continuo. Divento addirittura aggressivo con quanti sostengono che nel silenzio ci sia verità. No, nel silenzio c’è la morte, c’è l’ignavia, la viltà. L’unico modo che abbiamo noi tutti di lenire il un poco il dolore è parlare tanto, parlare sempre, non smettere mai di parlare. Affinché lo smarrimento sia sempre meno smarrimento.

Redazione

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