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Di Tondelli, di Rimini e di battaglie

Beatrice Tiberi di Beatrice Tiberi, in Blog, del

Avrei voluto scrivere una riflessione su quanto i lettori italiani vengano considerati imbecilli dagli addetti ai lavori. E non è detto che non lo faccia. Ma dovrei fare nomi e cognomi e sfoderare il marcio del dietro le quinte. Una roba che implica la volontà di fare una battaglia. E le battaglie le combattono coloro che hanno qualcosa da perdere. Fossi una scrittrice, la farei. Perché avrei da difendere il mio lavoro. Come lettrice, e lettrice accorta e informata, star dietro a chi scopa con chi per accaparrarsi la pubblicazione prestigiosa mi appare per quel che è: un modo miserabile di perdere tempo. Meglio leggere. Quindi vi parlerò di due mie letture di qualche tempo fa.

tondelli

Partiamo da “Rimini” di Piero Vittorio Tondelli. Lo acquistai per curiosità. Tondelli, che non avevo mai letto, viene considerato lo scrittore che ha dato una svolta alla letteratura italiana negli anni ‘80, nonché colui che ha in qualche modo sancito le regole della scrittura contemporanea. Ora, considerato che è morto giovanissimo e che era uno sperimentatore, dubito che Tondelli apprezzerebbe essere considerato uno che detta regole e se ne sarebbe ben guardato. Queste regole gli sono state ascritte a posteriori e una di queste dovrebbe, a quel che mi hanno detto, essere la regola dello scrivere solo di ciò che si conosce, ovvero per un italiano l’Italia, anzi per un milanese Milano, meglio ancora se ci si limita al proprio quartiere senza sconfinare troppo. Lui, Tondelli, nato a Correggio (come Luciano Ligabue) in questo caso scrive di Rimini. Il romanzo, 289 pagine belle fitte, viene definito in quarta di copertina a più voci. Il che è limitante considerato che l’unico elemento in comune tra le varie vicende è, appunto, Rimini, ma abbastanza di striscio. C’è la storia di Marco Bauer, giornalista a dir poco odioso e rampante (stereotipo perfetto e decisamente banale della categoria), dedito alla ricerca dello scoop e della scopata, non necessariamente in quest’ordine. Poi, vediamo, c’è Claudia, tossica tedesca sfuggita alla sorella Beatrix che viene a cercarla in Italia e la ritrova, ma non prima di aver trovato (altro stereotipo banalotto, direi) il maschio latino che le risveglia voglie e sensi. Quindi c’è Bruno May, il mio personaggio preferito dovendone scegliere uno, scrittore sofferto e sofferente, dedito alla promiscuità sessuale e all’autodistruzione in nome di un amore scozzese omosex (e anche qui come banalità direi che andiamo alla grande). Ah, senza dimenticare la giornalista giovane, tettuta e promiscua, pronta a tutto per fare carriera. Cosa c’azzeccano uno con l’altro? Niente o poco più, ma tutti transitano all’interno della movida riminese.

Incipit: Verso mezzogiorno la segretaria di redazione telefonò in cronaca per dirmi che il direttore voleva parlarmi.

Record: una frase di 11 righe con tre avverbi, 97 parole, 8 virgole e manco un punto! (a pagina 64)

Da salvare: questo dialogo

“Perché vivi se non sei felice?”

“Voglio tornare a scrivere… Le sembra una risposta adatta?”

“E’ così importante per te?”

“Per me lo è.”

“E sufficiente?”

“Ogni persona è costretta a crearsi una finzione per poter continuare a vivere. C’è chi pensa alla famiglia, chi al lavoro, chi al denaro, chi al sesso. Ma sono tutte illusioni. Io ho la mia. Non posso fare a meno di crederci.”

Conclusione: sufficiente o poco più, non lo rileggerei neanche se mi pagassero.

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Tutto un altro discorso merita Il pittore di battaglie dello spagnolo Arturo Pérez-Reverte. Oso? Molto meglio di La strada anche se gli argomenti sono completamente diversi. Pérez-Reverte, fotoreporter di guerra ma anche grandissimo esperto di arte, ci propone una riflessione sulla guerra e sull’insita e imprescindibile malvagità umana che è poesia allo stato puro. Le parole si fanno immagine e noi seguiamo l’ex fotografo di guerra Faulques nel suo tentativo di trasferire in un immenso murales la summa di tutte le guerre, di tutte le battaglie, di tutto l’orrore che i suoi occhi hanno assimilato in anni e anni di prima linea e di foto pluripremiate. Ed è proprio da una di quelle foto da copertina che gli arriva una nemesi che, chiuso a dipingere in una torre a picco sul mare, probabilmente aspettava per capire fino in fondo se di fronte alle atrocità si può veramente rimanere innocenti o se basta guardare per condividere la colpa.

Incipit: Nuotò per centocinquanta bracciate verso il mare aperto e altrettante per tornare indietro, come ogni mattina, finché sentì sotto i piedi i ciottoli della riva.

Da meditare: Questo mondo mi spaventa, Faulques. Mi spaventa perché mi annoia. Detesto che tutti i fessi si proclamino parte dell’Umanità e tutti i deboli si proteggano dietro la Giustizia, che tutti gli artisti sorridano o sputino, che poi è lo stesso, al mercante e al critico che li inventano. Quando i miei genitori mi hanno battezzato, hanno mancato il nome per pochissimo. Oggi, per sopravvivere nella caverna del ciclope, bisogna chiamarsi Nessuno. (spiegazione: il personaggio che parla si chiama Olvido, cioè oblio) Si. Credo che avrò presto bisogno di un’altra dose forte. Di un’altra delle tue belle e igieniche guerre.”

Personaggio cult: Olvido Ferrara, una donna che vive nel ricordo di Faulques e che viene ritratta e resa tridimensionale con una maestria da inchinarci ad Arturo Pérez-Reverte.

Conclusione: Se non lo avete già fatto, leggetelo! E’ un’esperienza che vale la pena fare.

Beatrice Tiberi

Beatrice Tiberi

Beatrice Tiberi

Ho scritto di vip, di spettacolo, di cronaca. Adesso intervisto scrittori e scrivo di libri

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