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Il coraggio di guardarsi negli occhi: l’altro volto del digitale

Avatar di Redazione Milano, in Interviste, del

Il dott. Manfred Spitzer da tempo tenta di metterci in guardia. Non dal digitale in sé, la cui diffusione è ormai inevitabile, ma dall’uso che ne facciamo. Spitzer, professore universitario (è stato visiting professor presso Harvard), medico e psichiatra ha condotto numerosi studi sull’apprendimento. Ultimamente, però, le sue ricerche si sono incentrate sugli effetti che l’utilizzo di internet e dei dispostivi elettronici possono avere sul nostro cervello. E non si tratta, purtroppo, buone notizie.
Il dott. Spitzer ha presenziato anche alla recente fiera dell’editoria di Milano, Tempo di Libri, per parlare alle scuole dei risultati della sua ricerca. Non ha esitato a utilizzare di fronte ai ragazzi parole forti come “demenza digitale” o “solitudine digitale”. Perché è proprio intorno a loro, bambini e adolescenti, e al funzionamento della loro mente che si sono sviluppati i suoi studi. Non importa quanto “smart” siano i nuovi metodi educativi basati sull’utilizzo sistematico di tablet e piattaforme interattive nelle scuole. Il cervello umano, sostiene il professore, muta e si trasforma strutturalmente in base al suo utilizzo. Trascorrere nove ore al giorno davanti a uno schermo non è un’azione priva di ripercussioni. E cosa risponde Spitzer a chi sostiene che l’uso dei mass media incrementi le conoscenze di un individuo? “Leggere insegna, Google no”. E propone un esempio, quello del gesto del “clic”, che consente di spostarsi da un polo all’altro del ramificato ipertesto del web. Un termine che ricorda, nel suono, un “tic” nervoso e impulsivo. L’emblema di una mente affaticata, incapace di concentrarsi su un unico “pezzo d’informazione”, per dirla all’inglese, per più di dieci minuti.
Ai problemi di memoria e concentrazione si affiancano quelli fisici. Tra questi compaiono la miopia e gli effetti negativi sul metabolismo di chi resta alzato fino a tardi a perdersi in labirinti inestricabili di informazioni inutili. L’excursus si conclude con le malattie cardiache, estrema conseguenza di uno stile di vita nevrotico. In un repentino susseguirsi di iperboli, delineate freddamente da Spitzer, che aggiunge: “Internet è una vera e propria epidemia, con effetti massicci sulla popolazione.” Uno scenario semi-apocalittico, non condiviso da altri pensatori e scienziati che preferiscono spostare l’accento sulla responsabilità individuale. Come Gino Roncaglia, che, guardando ai filosofi continentali come Heidegger, commenta: “L’uomo è un organizzatore tecnico del mondo che ha intorno. La techné caratterizza la specie umana.” Non un salto improvviso, dunque, quello che dall’età della pietra ci ha fatto piombare nell’età della tecnica. Tutto è tecnologia, dall’invenzione della ruota in poi. “Il digitale, di per sé, è solo un mezzo di codifica delle informazioni”.
Ma se la responsabilità individuale ha un ruolo chiave nelle decisioni umane, è anche vero che alcuni individui mancano di accountability. È, questa, una sfumatura particolare di responsabilità che non esiste nella nostra lingua, ma che riguarda le condizioni di possibilità stesse della responsabilità. Nel caso dei giovanissimi, il confine tra il potere dell’educazione e quello dello strumento è labile. Citando alcuni studi, il professor Spitzer ricorda che negli USA la percentuale dei suicidi tra giovani ragazze è raddoppiata negli ultimi sette anni, mentre in Corea del Sud sono già state promosse leggi specifiche per arginare l’uso smodato del web da parte di bambini e ragazzi. La piaga del cyberbullismo affonda le sue radici in antichissimi vizi antropologici ma si distingue proprio per la potenza del mezzo utilizzato. Un mezzo che, con la sua possibilità asintotica a infinito di amplificazione degli eventi, rende molto più pericoloso il bullismo tradizionale.
A tal proposito, abbiamo incontrato la dottoressa Serena Valorzi, psicologa, psicoterapeuta e co-autrice del libro “Cyberbullismo. Guida completa per genitori, ragazzi e insegnanti”, edito da Reverdito. Il suo libro è stato scritto in collaborazione con Mauro Berti, responsabile dell’Ufficio Indagini Pedofilia della Polizia Postale di Trento, e Michele Facci. La dottoressa Valorzi ha studiato e interiorizzato le ricerche del professor Spitzer. Questi, insieme alla sua esperienza clinica, hanno fatto nascere il lei il desiderio di realizzare un’opera divulgativa rivolta agli adulti. È infatti spesso difficile per essi intendere il vero significato del termine cyberbullismo. Che non è, secondo la dottoressa, un bullismo evoluto e traslato in un luogo diverso, virtuale. Seguendo l’esempio di Spitzer, il punto di partenza è una riflessione su come internet abbia cambiato la percezione del tempo, dello spazio e dei modi di relazione con l’altro. “Su internet ogni azione è velocizzata. Il tempo per riflettere, quello del raccoglimento interiore, è invece necessario per sviluppare un processo di empatia verso l’altro”. È la cosiddetta “atrofia dell’empatia” additata dallo psichiatra. Tramite un processo di schermatura e di inibizione del senso di responsabilità, il web non si limita ad aggravare i comportamenti aggressivi di pochi. Fa, infatti, sì che molti più individui adottino modalità relazionali aggressive. Le dinamiche che si innescano nei cosiddetti casi di bullismo sono molto più complesse di ciò che ci si aspetterebbe. Comprendere questo aspetto non è immediato. La dottoressa Valorzi cita il concetto del “triangolo drammatico”, elaborato da Karpman nel 1968. Lei ne ha proposto una rivisitazione contestualizzata nel fenomeno del bullismo sul web. “Non si deve pensare a una dinamica polarizzata tra gli opposti speculari bullo-vittima. Anche un terzo agente che assume il ruolo di ‘salvatore’ della vittima può, inavvertitamente, fa scattare un meccanismo punitivo che talvolta risulta nocivo”. Un esempio concreto: la “vendetta” cercata sul gruppo di whatsapp dei genitori dopo che un ragazzo è stato preso in giro da un altro. Una chat costituisce un terreno fertile per l’inconsapevolezza che innesca simili processi. Il triangolo drammatico, se condotto ai suoi estremi, impedisce a chi ricopre il ruolo della vittima di imparare delle modalità di socialità positive e più efficaci.
“Tra gli adulti sembra diffusa la percezione del cyberbullismo inteso come poco rilevante perché distante dal mondo reale”, conclude infine la dottoressa. “Questo accade perché le persone adulte, di solito, hanno già costruito un’identità. In coloro nei quali l’”io” è ancora in corso di strutturazione, come gli adolescenti, il momento del consolidamento identitario è molto importante. Non dovrebbe avvenire attraverso un muro che inibisce i processi empatici. Non si può pensare di dare un cellulare a un bambino di sei anni per tenerlo buono al ristorante.”
Quindi non esiste il cyberbullismo tra gli adulti? “Sì”, risponde la dottoressa, “ma si chiama con un altro nome, ‘mobbing’.” Ecco dunque che diventa essenziale il lavoro di divulgazione e sensibilizzazione condotto dalla dottoressa e dai suoi co-autori. Non per costruire una società libera dalla rete, vaga utopia di alcuni sognatori. Ma per contribuire a un risveglio di coscienza collettivo che ci permetta di adottare misure specifiche contro un fenomeno specifico. L’obiettivo è sempre quello di sviluppare una modalità relazionale assertiva. “È una modalità di relazione sana. Significa sentire di avere il diritto di dire ciò che si pensa, ma anche capire che lo hanno anche gli altri. Senza escludere, quindi, il rispetto del prossimo”.
Per cui risulta essenziale, ancora una volta, essere in grado di guardarsi negli occhi.
Carla Nassisi

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Redazione Milano


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