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Tra cinema, libri e web: la disperata ricerca di nuovi spazi per tre milioni di poeti

Redazione di Redazione, in Letteratura, del

Tutti ne parlano ma nessuno se ne cura. La poesia è quella pratica che unisce grazie a un filo invisibile milioni di persone ma che viene totalmente ignorata dai lettori. Il mercato è inesistente, vale appena il 6% del totale dei libri pubblicati (che sono già pochi) per un venduto complessivo di mezzo milione di copie. Se le stime parlano di circa tre milioni di poeti nel nostro paese, si comprende che i versi si scrivono molti più di quanto si leggono. Un problema culturale, certo, ma anche un dato che testimonia come la poesia sia e resti «una necessità profonda».

Un modo per capire quanti però davvero se ne abbeverino, e come, è misurare le sortite della cultura di massa in quella che, anche nell’era del “tutto connesso”, resta una nicchia. C’è una nuova sensibilità nel cinema, per esempio, o c’è un rinnovato interesse per Giacomo Leopardi, riletto da Alessandro D’Avenia in un libro in vetta alle classifiche di narrativa, e già nel 2014 da Mario Martone nel film “Il giovane favoloso”. Non solo: ci sono i nuovi modi attraverso cui la poesia diventa “partecipata”. In rete, per esempio, il sito “Interno Poesia” sfrutta il “crowdfunding”, cioè il finanziamento tramite donazioni online dei lettori, per lanciare e sostenere le raccolte di autori conosciuti e non.

E funziona. Scrive Fabio Chiusi per l’Espresso: “I progetti, spiega l’ideatore Andrea Cati, vengono sviluppati tramite vere e proprie campagne promozionali della durata di 30-50 giorni basate su presentazioni delle anteprime dei libri proposti, ma anche condividendoli sui social network, nelle newsletter, perfino in video su YouTube dell’autore alle prese con la sua opera. «Si fa una prevendita, come nella musica», dice Cati, parlando di centinaia di partecipanti, la maggior parte giovani, e di budget – duemila euro di norma – raggiunti e superati”.

Un’altra “innovazione” che fa storcere il naso a chi tradizionalmente detiene le chiavi della poesia sono i “poetry slam”. Lanciate in Italia da Lello Voce nel 2001, queste gare tra poeti con tanto di giuria selezionata tra il pubblico sono diventate rapidamente un luogo abituale di aggregazione per poeti e aspiranti tali, ibridando il mondo dei versi con quello dello spettacolo, le qualità del poeta con quelle del performer, ma anche aprendolo a fasce della popolazione che altrimenti non vi entrerebbero in contatto. I numeri sono impressionanti: 250 “slam” in tutto il paese per il solo campionato ufficiale, e presenze dalle poche decine di persone alle centinaia, a seconda della capienza dei luoghi – taverne, centri sociali, biblioteche.

Ma anche limitandosi alla sua forma tradizionale, la poesia sembra essere ancora viva e vegeta. Guanda ha appena rilanciato in tascabile la sua storica collana, pubblicando giganti del calibro di Andrea Zanzotto e Charles Simic. L’interesse per la buona poesia, in altre parole, resiste anche limitandosi a quella scritta. Ci sono poi dei festival dedicati vivi e vegeti, come Parco Poesia a Rimini.

C’è poi da aprire tutta una parentesi attorno al ruolo di Internet e dei social media nella produzione e diffusione di versi. L’impressione è che si sia a una frattura generazionale, ma anche concettuale e di potere, che riflette il dibattito in corso in altri settori dell’editoria e nel giornalismo. Da un lato, nuove voci che cercano spazio sfruttando la “disintermediazione” fornita dalle tecnologie di comunicazione digitale, che consentono di evitare il passaggio da editori e riviste; dall’altro, i detentori delle forme e dei canali tradizionali di creazione e diffusione del sapere poetico, terrorizzati dalla marea montante di incompetenza.

Nel mezzo, il problema di mantenere la complessità della poesia senza banalizzarla in “meme” su Instagram – come nel fenomeno di successo, degli “Instapoets” – e insieme il tentativo di non esiliare i versi da Facebook e Twitter, facendo in modo diventino luogo di confronto costruttivo e serio tra autori e appassionati. Per alcuni, una battaglia persa.

Resta da capire come conciliare l’era della condivisione con l’intimità indispensabile alla poesia – al farla, come al leggerla. È forse su questo che si giocherà il futuro di un’arte che resta «la più semplice e difficile che esista». E che, tutto sommato, non ha bisogno di ritornare, perché ogni volta che un poeta va nelle scuole o nelle carceri a parlare dei suoi versi, getta un seme che verrà raccolto.

Redazione

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