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Bolla delle dot-com: dagli Stati Uniti il pericolo di una nuova tech bubble

Redazione di Redazione, in Viaggio, del

Bolla delle dot-com: tranquilli, non è né una parolaccia né una versione modernizzata e high-tech di qualche misteriosa missiva papale. Immaginatevi una bolla di sapone che, prima di scoppiare, diventa sempre più grande, raggiungendo dimensioni abnormi, per poi esplodere provocando gravissimi danni.

Ecco, in economia, una bolla delle dot-com si crea quando vi è un aumento esponenziale e ingiustificato del valore di mercato delle aziende attive nell’ambito tecnologico e di internet che, dopo un periodo indeterminato di guadagni inimmaginabili per imprenditori ed azionisti, esplode causando gravissime conseguenze per le aziende.

La primissima tech bubble (così viene definita nel gergo inglese) si verificò tra il 1997 e il 2000, momento in cui l’indice Nasdaq raggiunse il suo livello massimo, guadagnando ben 5132.52 punti, con la successiva esplosione di questa bolla speculativa l’anno dopo.

In quel periodo, siti web e aziende come Broadcast.com, AOL e Netscape ottennero guadagni spropositati, grazie ad incauti azionisti che videro nel progresso tecnologico dell’epoca un’enorme fonte di guadagni, ignorando del tutto i tradizionali parametri di valutazione come il Price Earnings Ratio. Le conseguenze dell’esplosione della bolla nel 2001 furono appunto il fallimento di tantissimi siti web e ditte tecnologiche e gravissimi danni economici per le aziende che sopravvissero a quel brevissimo e forsennato periodo d’oro, dal quale riuscirono a riprendersi a malapena.

Dopo una quindicina di anni, stiamo assistendo nuovamente alla formazione di una nuova bolla delle dot-com, poiché “se tra il 1997 e il 2000, Broadcast.com, AOL e Netscape furono le ditte più remunerate, oggi la storia si sta ripetendo con Uber, Twitter, Facebook, ecc.”, come affermato da Mark Cuban, presidente della squadra di NBA Dallas Mavericks e pioniere del settore hi-tech che ha vissuto in prima persona quel periodo assurdo: “Se la bolla di quindici anni fa è stata terribile, quella di oggi sarà anche peggio, poiché la cosa peggiore di un mercato che presenta prezzi che crollano è un mercato che non ha liquidità”. Ha inoltre aggiunto: “Se tra il ’97 e il 2000, gli azionisti erano interessati alla novità dell’epoca, ovvero i siti web e le primissime ditte tecnologiche, oggigiorno questi ‘Angeli’, chiamati così perché ‘esaudiscono i desideri’, hanno ricominciato ad esaudirli, puntando tutto, in maniera completamente immotivata, sulle app e le piccole e medie imprese tecnologiche.

Al momento, negli USA esistono ben 225.000 ‘Angeli, che stanno causando nuovamente un aumento spropositato dei punti guadagnati dall’indice Nasdaq a Wall Street, ormai tornato sui 5000 punti, investendo in ditte e app più recenti: di fatto, Uber ha raggiunto un valore di oltre 40 miliardi di euro, Snapchat è prossima ai 19, mentre Facebook sta battendo tutti, dopo aver speso ben 22 miliardi per acquistare WhatsApp.

Le stime degli economisti prevedono una super-bolla che, al momento dell’esplosione, causerà danni gravi non solo per la Silicon Valley e gli USA, dove tutto è iniziato, ma anche in molti altri paesi del mondo che hanno investito pesantemente sul settore tecnologico ed informatico.

Se quindi molte nazioni pensavano di essersi salvate dalla crisi economica mondiale che ci attanaglia ormai da sette anni, le previsioni per il futuro non sono affatto rosee e dovremo solo ringraziare tutti i nuovi dispositivi tecnologici in nostro possesso e i siti web di moda in questo periodo per ciò che ci aspetta. D’altronde, questo è il prezzo che dobbiamo pagare per il galoppante e irrefrenabile sviluppo tecnologico, dimostratosi essere da sempre una pericolosissima arma a doppio taglio, una costante fonte di immenso successo e di grande rovina per chiunque la maneggi.

Redazione

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