Quando attesi invano una risposta – 17

Redazione di Redazione, in Blog, del

Stop and stare    

I think I’m moving but I go nowhere                  

Yeah I know that everyone gets scared

But I’ve become what I can’t be, oh                

Stop and stare   

You start to wonder why you’re here not there   

And you’d give anything to get what’s fair             

But fair ain’t what you really need                         

Oh, can u see what I see   

(Stop and stare – One direction)

 

keyra«Dov’è lord Benedict?»

Lady Calista era seduta a tavola. La cameriera attendeva di servire la colazione. Ma il posto all’estremità opposta era vuoto e lo sguardo dell’anziana era tutto per Chastity.

«Vostro nipote si scusa, ma non si sente bene e chiede il permesso di restare nella sua camera.»

C’era molto non detto sul volto della governante. Un non detto che Calista sapeva decifrare e sopportare, purché rimanesse solo una luce di sfrontato rimprovero negli occhi piccoli e chiari di quella donna che conosceva fin troppo dei segreti dei Douglas di Lennox. Un cenno della mano guantata diede il via libera alla cameriera.

«Visto che lord Benedict è indisposto», disse portando la propria attenzione al cibo nel piatto, «sarà bene che digiuni, almeno fino a quando il dottor Tennant non lo avrà visitato. Provvedete a mandarlo a chiamare, Chastity.»

La governante fece un leggero inchino e uscì dalla sala. Chiamare il dottor Tennant non sarebbe servito a migliorare le cose. La malattia che consumava il ragazzo era in un posto dove nessun medico poteva arrivare. Era nell’anima. E se sua nonna pensava di punirlo privandolo del cibo, si sbagliava. Ogni giorno di più lo vedeva allontanarsi dalla realtà che lo circondava. Sei settimane erano trascorse dalla prima volta che aveva messo piede a palazzo e Chastity non lo aveva mai visto sorridere. Mai una volta. Neanche davanti alla tinozza piena di acqua profumata o al guardaroba di abiti confezionati dalle migliori sartorie di Savile Row o agli stivali, le scarpe, i cappelli, i guanti. Aveva ignorato anche il cavallo, uno splendido esemplare dal manto di velluto scuro e dalla criniera fluente, e l’istruttore per le lezioni di equitazione. Quando non leggeva, scendeva nel parco e lottava contro nemici invisibili armato della lucente sciabola che era appartenuta a suo zio Charles. Quel demonio, si permise di pensare Chastity. Ma riportarlo alla memoria le diede il coraggio di prendere un’iniziativa che, se scoperta da Lady Calista, le sarebbe costata il posto. Nonostante almeno vent’anni di fedele servizio.

 

Non posso esistere senza di te.

Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti:

la mia vita sembra che si arresti lì,

non vedo più avanti.

Mi hai assorbito.

In questo momento ho la sensazione

come di dissolvermi…”

Le parole di John Keats non facevano altro che alimentare la tristezza che si drappeggiava addosso. Ma il poeta morto a 26 anni, solo il doppio di quanti ora Kiran sapeva di averne, aveva la capacità di farlo sentire compreso. Anche lui era stato assorbito, illuso, per poi essere costretto a dissolversi nella lontananza, nel silenzio. Nella solitudine di quella prigionia. Un lieve bussare alla porta lo costrinse a chiudere il libro e a lasciar cadere la testa sul cuscino per fingersi assopito. Non voleva vedere nessuno. Sentì il passo leggero di Chastity. Il rumore di un vassoio che veniva posato sul tavolino. Il profumo della sua colazione preferita.

«So che siete sveglio. Vi ho portato uova e frittelle.»

La sbirciò tra le ciglia mentre spalancava la finestra perché la luce pallida dell’esterno entrasse nella stanza dissipandone le ombre.

«Vi consiglio di mangiare prima che arrivi il dottor Tennant.»

Kiran si arrese e scese dal letto. Il tappeto chiaro recava i segni della sua escursione notturna nel parco, a piedi nudi.

«Non ho bisogno di un medico», protestò rubando una frittella calda.

«Ne sono certa, milord. Ma se adducete un malore come scusa per non consumare la colazione con vostra nonna, non potete aspettarvi altro.»

Lui fece spallucce e cominciò a mangiare lasciando che Chastity, mentre sprimacciava cuscini e buttava all’aria coperte e lenzuola, si beasse del vederlo nutrirsi con appetito.

«Inutile dirvi che non dovreste uscire nel parco durante la notte. E se proprio non potete farne a meno, dovreste evitare di infangare i tappeti. Ciril non è molto sveglio, ma finirà con l’avvertire lady Calista.»

«E voi ditegli di non intromettersi», rispose ingoiando il boccone con una sorsata di tè.

«Io, milord? È il vostro valletto, non il mio.»

«In  questo posto non c’è niente che sia mio.»

Lo mormorò allontanando il piatto e alzandosi per andare alla finestra.

«Ne siete certo?»

Qualcosa nel tono di Chastity lo costrinse a voltarsi. La governante aveva estratto dalla tasca del grembiule candido un foglio di carta stropicciato. Kiran si scoprì a sperare con una forza di cui non si sapeva capace che fosse una lettera. Una lettera di Robert. Uno dei suoi disegni. Un cenno che si ricordava di lui. Tese la mano, ma Chastity esitò.

«Se milady venisse a sapere dell’esistenza di questo foglio e che io ve l’ho consegnato, perderei tutto ciò che mi sono conquistata in tanti anni di lavoro al suo servizio.»

Le faceva male sostenere il peso di quegli occhi, il colore stesso di quelle iridi. Non doveva fare uno sforzo per sostituire a quel volto abbronzato quello di porcellana di Keyra.

«Questa lettera l’ha scritta vostra madre.»

La rivelazione fece vacillare Kiran.

«L’ha scritta per annunciare la vostra nascita a lady Calista.»

Adesso fu lei a porgere il foglio, costringendolo quasi a prenderlo.

«Vostra nonna non ne fu felice, inutile negarvelo. Appallottolò la lettera e la gettò nel camino perché bruciasse. Fui io a salvarla. Amavo Keyra come fosse figlia mia. E se c’è una cosa in questo palazzo che vi appartiene più di qualsiasi altra, è quel foglio di carta.»

Era piegato in quattro e Kiran non accennò neanche ad aprirlo.

«Lasciatemi solo, per favore.»

«Come desiderate, milord.»

La guardò uscire dalla stanza. Una lettera di sua madre. Stentava a crederlo possibile. Keyra gli era stata estirpata da dentro con una crudeltà che faceva apparire sopportabile tutto il resto. Absalom lo aveva convinto che fosse stata lei a cederlo. Perché aveva sangue impuro nelle vene. Perché era troppo scuro. Perché era la prova del disonore che aveva subito. Frutto di uno stupro. Questo era stato costretto a credere. Nonostante nei suoi sogni di bambino tornasse spesso il sorriso di un volto bellissimo e la luce di occhi che lo accarezzavano, felici. Per accettare l’orrore cui era costretto, alla fine Kiran aveva preferito rinnegare quel ricordo e ridurlo a un’illusione. Se perfino sua madre aveva avuto vergogna di lui, quello che Absalom lo costringeva a fare era esattamente quello che meritava.

Si rese conto di non poter controllare il tremito delle mani mentre sedeva e posava la lettera sul tavolo. Non voleva correre il rischio di strapparla, di rovinarla. Era tutto ciò che gli restava di sua madre. La spiegò con attenzione, la stese carezzando la carta dove si erano posate le dita di lei. La calligrafia era bellissima. Morbida, elegante, inclinata come se le parole avessero fretta di raggiungere i pensieri che le ispiravano. Il tempo aveva cancellato la traccia di una voce di donna che cantava per lui, ma si illuse di ritrovarla nella dolcezza di quelle parole.

 

mom dayMadre. Ora che finalmente conosco appieno il significato di questa parola, pronunciarla per voi, madre, è rendervi l’omaggio che meritate. Mi avete dato la vita e mai come ora questo dono mi appare meraviglioso e incredibile. Perché, a mia volta, ho donato la vita. Vi prego, madre, dimenticate l’insolenza di una figlia che non ha potuto seguire le vostre orme e unirsi senza amore a un uomo scelto per lignaggio e patrimonio. Non sono stata capace della vostra abnegazione. Non ho saputo sacrificare l’impulso del cuore all’onore della famiglia. Vi ho dato un grande dolore, ma non posso affermare di esserne pentita. E capireste se ora foste con me e il vostro sguardo potesse seguire il mio fino alla culla accanto allo scrittoio sul quale sto vergando queste parole e aprendovi fino in fondo il mio cuore. Ho un figlio. La sua pelle, i suoi occhi, la lanugine sulla sua testa, ogni singola parte del suo corpo grida il miracolo di cui sono stata capace. L’ho concepito nell’amore, madre. L’ho concepito nella gioia. So che non è questo che si richiede alle donne del nostro lignaggio. Secoli di aristocrazia pretendono da noi una sottomissione al dovere che ci rende soldati in lotta contro la felicità. Ma io non voglio combattere questa guerra. Ogni mia singola fibra rivendica il diritto a sorridere, come faccio adesso davanti a mio figlio. Che mi ricambia. Fuori da queste mura niente di tutto questo mi verrà perdonato. Sono condannata, ne sono consapevole. Ho infranto tutte le leggi non scritte del nostro mondo, ma infrangerle è stato come impugnare uno scalpello e colpire la nuda pietra che nascondeva alla vista lo scopo ultimo. Sono felice, madre. Non lo dico con arroganza, voglio solo che lo sappiate e che questa consapevolezza possa stemperare i mille motivi che avete per essere in collera con me. Vi sto chiedendo perdono, madre, per aver mancato la promessa che voi faceste in mio nome. Per non aver sposato l’uomo che avevate scelto per me. Per aver amato chi voi non potrete mai ritenere degno di vostra figlia. Di tutto vi chiedo perdono. Di tutto. Ma non di mio figlio. Non posso, non voglio e non devo chiedere perdono a nessuno per averlo messo al mondo. Sono madre, come voi, e sento scorrere in me la forza senza limiti dell’amore più puro, quello che avvicina a Dio. So quanto una madre è disposta a fare per la carne della propria carne. Darei la vita per il mio bambino e questo mi rende sicura che anche voi sarete disposta a perdonare questa vostra figlia incosciente e felice. A perdonare me e ad amare vostro nipote. Ho scelto per lui un nome dolce, come faceste voi alla mia nascita. L’ho chiamato Kiran e spero che presto mi consentirete di tornare in patria per conoscerlo e benedirlo con la vostra generosità.

Vostra figlia, che vi ama, Keyra.

 

Una lacrima stillò dalle ciglia di Kiran per infrangersi sull’inchiostro spandendolo a macchiare la carta stropicciata, a cancellare, quasi, la parola spero. Aveva sperato invano Keyra. Lady Calista non le aveva permesso di tornare a Londra. L’aveva confinata nella casa sull’argine dell’Hugly insieme al suo dissoluto fratello. Si affrettò ad asciugare la macchia e rilesse. Non era mai stato disperatamente felice come in quel momento. Felice che Robert gli avesse insegnato a leggere. Felice che Chastity avesse salvato quella lettera. Felice del sentimento che aveva ispirato ogni singola parola di sua madre. Non era frutto di uno stupro. Keyra aveva amato lo sconosciuto con cui lo aveva concepito. Non era pentita di averlo messo al mondo. Absalom aveva mentito. Kiran si alzò dalla scrivania. Quando erano partiti da Calcutta, Sir William gli aveva consegnato il ritratto di sua madre. Una tela senza cornice per facilitarne il trasporto. Se lo avesse chiesto, Kiran sapeva che avrebbe ottenuto di rimetterlo in cornice. Ma voleva tenerlo per sé. Lo estrasse dal cilindro di bambù, lo svolse a favore di luce e carezzò con gli occhi quel volto, quel sorriso. Se solo Robert fosse stato lì per condividere la felicità di quel rimpianto struggente e dolcissimo…

 

So che non devo avere fretta. È trascorsa una settimana da quando il dottor Mallard è ripartito per Londra. Altri ospiti e parenti hanno impiegato più tempo, ma adesso, finalmente, il castello è tornato silenzioso. E io posso cavalcare fino al margine della scogliera e cullarmi i miei pensieri. Non devo avere fretta. Al dottor Mallard serve tempo per consegnare la mia lettera alla governante della contessa di Lennox. E lei deve avere il modo di darla a Kiran senza che la nonna se ne accorga. Non devo avere fretta. Se anche Kiran decidesse di rispondere subito, la sua lettera dovrà passare di nuovo dalle mani della signorina Forsyth a quelle del dottor Mallard che poi avrà il non facile compito di farla pervenire a me senza che mio padre e Alvena ne sappiano nulla. Non devo avere fretta.

Quello che Robert non ebbe il coraggio di confessare neanche al suo diario fu il dubbio che non gli dava pace. Il dubbio che Kiran non volesse rispondere. C’erano mille incognite da considerare. La governante poteva farsi scoprire. Lady Calista poteva sequestrarle la lettera e distruggerla. Ma se tutto fosse andato liscio, se la lettera fosse giunta nelle mani del suo ragazzo ombra, non aveva alcuna certezza: poteva essere stato dimenticato. Il tempo trascorso non era molto, ma tutto era cambiato. Il suo amico misterioso che si aggirava a piedi nudi e con una spada di legno sull’argine dell’Hugly era Lord Benedict Douglas di Lennox, adesso. E aveva accettato senza battere ciglio che li dividessero. Si sforzò di ricordare cosa avesse scritto nella lettera. Aveva implorato? Aveva rinunciato alla propria dignità? Si era reso ridicolo? Kiran era ricchissimo, ora. E col tempo lo scandalo della sua nascita e del suo passato si sarebbe affievolito. Neanche la rabbia di Lord Cavendish poteva durare in eterno.

Robert si alzò dalla roccia sulla quale si era seduto. Il vento era freddo e il cielo cupo rendeva il verde delle colline ancora più scintillante. Desiderò una tela e una tavolozza. Privarsi del disegno e della pittura era stata la sua protesta contro il dolore che gli avevano inferto. Possibile che stesse dimenticando? O forse era solo rassegnazione? Valeva così poco l’amicizia che gli aveva riempito cuore e anima? Scosse la testa mentre risaliva in sella. La sua era paura. Paura di cullarsi un sentimento che aveva senso solo se condiviso. Proprio come la felicità.

 

«Vi vedo inquieto…»

La voce di Alvena scosse Sir William dall’inutile contemplazione del documento che aveva davanti. Stava provando a lavorare. Senza alcun costrutto. Sospirò.

«Lo sono», ammise.

Lei gli girò alle spalle per cingergli il collo e depositargli un bacio sui folti capelli appena toccati da qualche filo d’argento.

«E posso condividere con voi i pensieri che vi agitano?»

Le prese le mani, felice di non dover affrontare i suoi occhi. Il dottor Mallard aveva avuto ragione. Da quando lo aveva convinto a lasciar volare via la lettera di Robert, il senso di colpa non gli aveva dato pace. Suo figlio sembrava più sereno, fiducioso. Era convinto di aver trovato un canale di comunicazione con il suo amico. Avrebbe atteso invano una risposta.

«Ho saputo che Lady Lennox ha chiesto udienza a Sua Maestà, la regina Vittoria. E so che più di qualcuno, a corte, sta tentando di convincere la nostra sovrana a negargliela.»

Alvena non ebbe bisogno di altre spiegazioni. Kiran era l’unico erede della fortuna e del titolo dei conti di Lennox. D’altro canto l’aristocrazia inglese non voleva un mezzosangue seduto tra i Pari del regno. Che Lady Calista osasse considerarlo possibile era un oltraggio. Al tempo stesso la regina non poteva ignorare le richieste di una famiglia così importante, seppur decimata. Intrecciando le dita a quelle del marito e godendo di quella serena intimità domestica nel vecchio castello dei Moncliff, fu felice che la loro famiglia fosse ai margini più estremi della nobiltà e delle sue ipocrisie.

«Potrebbero costringere la contessa a disconoscere Kiran?», chiese.

Sir William si alzò.

«Temo di sì. Lo scandalo sta assumendo proporzioni che piegherebbero tempre ben più salde di quella di una vecchia signora. Nessuna scuola vuole accettare Kiran.»

Adesso lo sguardo caldo e avvolgente come cioccolato di sua moglie non poteva evitarlo.

«Nessuna scuola inglese», puntualizzò Alvena.

Ne avevano parlato a lungo in quei giorni. Robert doveva affrontare il mondo, iscriversi in un college e proseguire gli studi. Da un punto di vista didattico, era pronto per il più prestigioso istituto di Edimburgo, lo stesso dove aveva studiato Sir William.

«Il preside della George Heriot’s School, Sir Bartholomew Gilmour, è un vostro caro amico e sono certa che, se gode della vostra stima, saprà dimostrare un’apertura mentale ben più ampia di quella dei suoi colleghi inglesi.»

«Non starete pensando che io possa intercedere affinché Kiran…»

«Se Robert sapesse di poter frequentare la scuola insieme al suo più caro amico…»

«No!»

Alvena sbatté le palpebre, come l’avesse colpita.

«No?»

Lui le voltò le spalle.

«Non se ne parla neanche. Le strade di mio figlio e del nipote di Lady Calista si sono separate per non riunirsi mai più.»

La speranza che quella durezza offendesse Alvena costringendola a lasciare la stanza sfumò nei pochi istanti necessari perché lei gli si parasse davanti, le mani sui fianchi.

«Adesso mi spiegate.»

«Non c’è nulla da spiegare. Ho deciso così.»

«È questo che intendete quando parlate dell’amore, del rispetto e della stima che mi portate?»

«Vi amo, vi rispetto e vi stimo. Ma le decisioni spettano all’uomo. Io so cosa è meglio per Robert.»

«Non lo sapete affatto. Alla sua età l’amicizia è un sentimento che riempie l’anima e aiuta a crescere.»

«Se ne farà altri, di amici», mormorò cercando di sfuggire il suo sguardo.

Alvena gli prese il mento, costringendolo a riportare gli occhi nei suoi.

«Di cosa avete paura?»

«Non siate assurda. Non ho paura di nulla. Ma alla sua età Robert dovrebbe scrivere lettere a una ragazzina, non a un mezzosangue che…»

Non riuscì a finire la frase. Sua moglie gli puntò l’indice contro il petto.

«Lettere? Che lettere?»

Redazione

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