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Art in Pills: Rimettiamo il Bigio in Piazza della Vittoria a Brescia

Viviana Filippini di Viviana Filippini, in Arte, Blog, del

 

Va bene Paladino, ma rimettiamo

il BIGIO in Piazza della Vittoria

In questi giorni a  Brescia stanno posizionando una settantina di opere dell’artista Mimmo _Paladino, esponente della Transavanguardia, un movimento artistico nato nei primi anni ’80 del 1900, che aveva lo scopro di riportare l’arte al recupero della dimensione figurativa. Tra i luoghi dove si potranno vedere le opere di Paladino, dal 6 maggio fino al gennaio del 2018, c’è Piazza della Vittoria. La piazza nata tra il 1927 e il 1932 dallo sventramento di un antico quartiere abitato da circa 2.500 persone. Nella piazza di oggi, riportata alla sua forma originaria, c’è anche il piedistallo sul quale in passato (epoca fascista) svettava il Bigio. Voci dicono che sul quel basamento vuoto sarà messa un’opera di Paladino. Ottima idea riempirlo in questo modo ma, con tutto rispetto per il grande artista contemporaneo io lì ci vorrei il Bigio.

Il Bigio è da tempo al centro di accese discussioni della cittadinanza e dell’ amministrazione bresciana perché lo si vorrebbe riposizionare lì sopra, ma sembra che nessuno lo voglia vedere esposto come in passato. La scultura di Arturo Dazzi creò non poche chiacchiere già al momento della sua messa in posa, e solo dopo la Seconda Guerra mondiale venne rimossa dalla piazza per essere depositata nei magazzini del comune, nell’attesa che venisse presa una decisione sul suo destino. Oggi c’è chi vorrebbe il Bigio in Piazza della Vittoria, molti altri non ne vogliono sapere di vedere riposizionato il blocco di marmo di Carrara dove stava un tempo. Quello che ho potuto percepire è che questa statua non è amata, non tanto per il fatto che la sua sembianza sia un po’ rozza a prima vista, ma perché la gente non lo vuole in quanto simbolo di un periodo storico e di regime politico che trascinò l’Italia nel baratro della guerra mondiale.

Dal vero, il Bigio non l’ho mai visto, l’ho osservato solo nelle fotografie dell’epoca e in qualche scatto recente che lo mostra imballato e impacchettato mentre stavo cercando materiale sulla piazza durante la scrittura di Brescia segreta , ma se devo essere sincera non credo ci sia nulla di negativo a riposizionare la statua in piazza. Sarebbe un modo per fare memoria e, allo stesso tempo, un monito per le generazioni di oggi a non compiere più gli errori del passato.

Ora, non etichettatemi come “fascista” perché scrivo che non sarebbe sbagliato riposizionare il Bigio, non potrei esserlo con un nonno finito internato in un campo di prigionia militare in Germania durante la guerra e tornato nel 1947. Non potrei esserlo dopo aver visto in Germania documenti sullo lo scempio umano compiuto dal Nazismo nei confronti degli ebrei e, soprattutto, non potrei esserlo dopo aver parlato con molti reduci e dopo aver conosciuto e abbracciato Graziella Perez, una sopravvissuta ad Auschwitz.

Sembra che tutti ce l’abbiano con il Bigio e nessuno lo vuole perché ricorda troppo da vicino gli anni bui del regime, ma la cosa non mi quadra molto. Motivo?  La statua è sì fascista, ma a questo punto lo sarebbe anche tutta la stessa piazza Vittoria, in quanto entrambi sono stati fatti durante gli anni del Fascio. In realtà la piazza realizzata da Marcello Piacentini non è in stile fascista ma è in stile razionalista. Non vorrei scatenare polemiche, ma se proprio volessimo cercare il pelo nell’uovo o mettere i puntini sulle “i”, allora bisognerebbe smantellare e rifare con una concezione completamente diversa l’intera Piazza della Vittoria.

Dettagli sul Bigio: Tornando alla statua, come avrete capito, per noi bresciani è il Bigio, una forma dialettale del nome Luigi, ma è possibile ci sia anche un probabile riferimento al colore del marmo utilizzato per farlo: un bianco impuro, più tendente al grigio, da qui bigio. In realtà, questo colosso di 7 metri e mezzo realizzato da Arturo Dazzi nel 1932, ha un nome originario ben diverso da quello voluto dal popolo bresciano, corrispondente a Era Fascista, e il Duce lo vide, lo elogiò perché le sue forme e la sua posa incarnavano in modo completo i principi di forza e prestanza fisica dell’ideologia fascista.

L’idea di  Piacentini della fontana centrale nella piazza venne abbandonata, in funzione di una fontana non più in centro ma sul lato del piazzale dove sta il Torrione. A Piacentini serviva una soggetto prestante che riuscisse ad incarnare i principi di forza, di eroismo di prestanza fisica proposti a livello politico e sociale dal regime. Gli serviva qualcosa di colossale e per realizzarlo chiamò a lavorare con sé Arturo Dazzi, scultore e pittore nato 1881 originario di Carrara, con il quale aveva già collaborato per il Monumento alla Vittoria di Bolzano e all’Arco della Vittoria a Genova.

Dazzi dopo aver visionato il progetto riguardante la fontana presentatogli dell’architetto propose la sua idea: una scultura di più di 7 metri messa su un basamento di 2 metri circa. L’opera doveva incarnare per dimensioni e forme l’ideale della giovinezza tanto declamata dal regime. Giovinezza come energia sportiva, addestramento militare, ma anche giovinezza come incitamento alla crescita demografica. Dall’altro lato, la statua voleva essere anche un omaggio celebrativo alla vittoria riportata dall’Italia durante la Prima guerra mondiale.

Dal momento della sua messa in posa nella piazza (24 settembre 1932), il Bigio non riuscì mai a conquistarsi la simpatia delle persone e tante erano le frecciate a lui dirette. La statua era critica per le sue forme poco classicheggianti, altre voci, infondate tra l’altro, dicevano che fosse una scultura scartata dal complesso del Foro Mussolini a Roma. Il podestà di quel periodo non la accettava non solo perché non particolarmente bella nella sua lavorazione, ma perché le nudità prima e quella foglia in metallo  poi, non nascondeva così bene il pube del colosso. Di certo oggi il corpo nudo del Bigio non creerebbe scalpore, basta guardare quello che passa sui media o le persone, mezze nude, che a volte capita di incrociare per strada. Anzi, oggi quella la foglia stonerebbe.

La nuova giunta comunale guidata da Emilio Del Bono ha completato i lavori di riqualificazione della piazza che è stata riportata alle sue fattezze originarie, ma il piedistallo sul quale avrebbe dovuto essere rimesso il Bigio è rimasto, per ora, vuoto. Il mancato riposizionamento è l’evidente segno di quanto sia ancora attivo il dibattito che coinvolge la gente e le istituzioni bresciane, ma ribadisco, come detto qualche pagina fa, che il Bigio è una statua e anche se collegata ad una certa ideologia, credo non si debba avere paura di essa. Nel 2014 Laura Castelletti, vicesindaco e assessore alla cultura del Comune di Brescia, a differenza della maggioranza alla quale appartiene, si è dimostrata favorevole alla ricollocazione del Bigio, ma ha proposto una soluzione, dal mio punto di vista, molto interessante e semplice: ricollocare la statua sul suo piedistallo con una targa esplicativa e me ne ha dato conferma la vicesindaco e assessore della quale riporto le parole: «Il progetto di recupero di Piazza della Vittoria è stato un vero e proprio lavoro di ripristino dell’area come era in origine. Il voler ricollocare il Bigio nella sua posizione di origine non è un mancanza di rispetto nei confronti di coloro che subirono quella drammatica epoca storica, ma è un ricontestualizzare la statua, restaurata dagli allievi dell’Accademia di Santa Giulia. Il vero nome del Bigio è Era fascista e il cartello esplicativo da mettere accanto dovrebbe avere scritto Era fascista, dove l’Era si riferisce al verbo, quindi al fatto che la statua è stata un simbolo di un momento storico passato in modo definitivo come a dire “Era fascista, ora non lo è più”».

Il Bigio rappresentava sì degli ideali politici, ma il fatto che dopo la guerra fu rimosso e non distrutto evidenzia che la statua, con molta probabilità, fosse considerata più un opera d’arte che il simbolo di un movimento politico. In conclusione io in Piazza della Vittoria ci vorrei il Bigio e lo so che è ad un ‘epoca ritenuta “scomoda” che ha lasciato segni indelebili nelle città e nella memoria di chi visse quel dramma, ma esporlo di nuovo sarebbe, non un affronto, ma un avvertimento a non compiere gli errori del passato.

N.B. Altri dettagli sul Bigio, su Piazza della Vittoria e su quello che potreste scoprire a Brescia, li trovate in “Brescia segreta”, Viviana Filippini, Historica edizioni 2015.

 

Viviana Filippini

Viviana Filippini

Viviana Filippini (Orzinuovi –Bs-, 1981) è giornalista pubblicista e collabora dal 2007 con il quotidiano «Giornale di Brescia» come corrispondente esterno. Si è laureata in Dams (Cinema e audiovisivi) alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Brescia con una tesi sul Bildungsroman (Romanzo di formazione), scrive di libri su blog letterari e culturali (Liberi di scrivere, Sul romanzoe IlRecensore). Dal 2015 ha un blog dedicato all’arte (Art in Pills) sul portale Cultora.it. Tiene corsi di Scrittura creativa, di Riscoperta dei Classici della letteratura e di Storia del Cinema. Ha curato le antologie di Racconti bresciani(Vol I, II, III tra poco il IV) per Historica edizioni, 2015 Cesena, e scritto Brescia segreta. Luoghi, storie e personaggi della città, Historica, 2015 Cesena e la storia per ragazzi Furio e la Beata Paola Gambara Costa, illustrata da Barbara Mancini, ebm edizioni, Manerbio 2015. A passo sospeso. The Floating Piers Christo & Jeanne Claude, Temperino Rosso, Brescia 2016. Ha fatto la speaker radiofonica.

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