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ART in PILLS Millet e l’insolita rappresentazione del tema della morte

Viviana Filippini di Viviana Filippini, in Blog, del

La morte ed il taglialegna, olio su tela (77x100 cm) , 1859, Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen

La morte ed il taglialegna, olio su tela, 1859, Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen

 

 

 

 

 

 

 

 

Jean François Millet, noto artista francese dell’Ottocento, è famoso per i dipinti de Le spigolatrici, L’angelus; per i suoi disegni e anche per le molte altre tele a tematica campestre. In realtà nella sua produzione, l’artista verso il 1859 si occupa di un soggetto un po’ insolito per lui, ma anche per il resto del mondo dell’arte: la morte. Il dipinto è un olio su tela intitolato, La morte e il taglialegna, conservato al Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen , che l’autore ha realizzato prendendo spunto da una favola di La Fontaine, lo scrittore francese del XVII secolo. La storia racconta di un vecchio taglialegna che, tormentato da una vita incessante di lavoro, desidera l’arrivo della Morte, per essere  libero dalla sua faticosa esistenza. Ad un certo punto – come si vede nella tela- la Morte arriva con le sembianze di uno scheletro, ammantato da un sudario bianco,  pronto ad avvicinarsi e ad instaurare un contatto con l’uomo per aiutarlo a portare il fascio di legna. Alla vista di questa figura sconosciuta e paurosa, l’uomo anziano si sente minacciato, impaurito e si ritrae nel tentativo di aggrapparsi alla vita.

A sinistra del dipinto si trova la scheletrica figura della Morte vestita di bianco. La silhouette nella mano sinistra tiene una clessidra alata che è associabile allo scorrere veloce del tempo e al passare rapido della vita di ogni uomo. La veste bianca è un sudario dal quale spuntano le gambe magre e consumate della Morte. Gli arti sono costituiti da pelle e ossa dal colore scuro – grigio- che fanno pensare ad un corpo freddo gelido, dal quale la vita è scomparsa per lasciare spazio solo alla  decomposizione. La figura della Morte tiene sulla spalla sinistra la falce, il tipico emblema con il quale viene spesso rappresentata, ma anche lo strumento che di solito essa utilizza per togliere la vita agli individui. Lo stesso strumento è utilizzato anche dal contadino- accucciato a destra- per tagliare il grano.

Nella parte destra della tela si nota la figura accucciata e terrorizzata del taglialegna con indosso i suoi abiti umili e poveri. Il volto dell’uomo è incorniciato da una barba bianca e semicoperto dal tipico cappello che i taglialegna utilizzavano per ripararsi dal sole e dalle intemperie. Il lavoratore del bosco è rappresentato nell’atto di sfuggire dal gelido abbraccio della Morte che lo ha afferrato al collo per trascinarlo a sé. L’uomo, terrorizzato, cerca di rimanere attaccato alla vita stringendo con forza il fascio di rami tagliati, come se per lui tale gesto costituisse un appiglio alla salvezza.

La scena si svolge tutta in penombra, come se i due soggetti fossero dentro ad una cavità naturale (una sorta di fossato) presente nel bosco. Volendo la semiombra e le tonalità scure della terra potrebbero fare riferimento all’oscurità presente nel mondo della morte. La luce calda che arriva dall’alto a destra e che illumina il viso dell’uomo e la schiena della morte, potrebbe invece riferirsi alla vita che va avanti e la voglia di continuare a vivere dell’anziano.

Gli elementi naturali e il tetto che emergono sullo sfondo sono abbozzati con pennellate rapide e campiture di colore compatto, mentre le due figure in primo paino sono definite dal pittore con maggiore precisione e nettezza del tratto, proprio a sottolineare il fatto che loro due sono le protagoniste principali del dipinto.

Anche se il tema è quello della morte il modo in cui Millet stende il colore e quella sorta di pulviscolo che sembra aleggiare nella superficie pittorica donano a tutta l’opera una sensazione di morbidezza per ogni elemento rappresentato.

Il Salon rifiutò questo dipinto di Millet nel 1859, non tanto per il tema pittorico inconsueto, ma più per motivi politici, in quanto la classe lavorativa dei taglialegna era considerata molto ribelle e rivoltosa ai quei tempi ed era del tutto impensabile, per i membri più conservatori del Salon, ammettere un dipinto dal quale emerge, ancora oggi, un profondo senso di pietà per il lavoratore del bosco.

Viviana Filippini

Viviana Filippini

Viviana Filippini (Orzinuovi –Bs-, 1981) è giornalista pubblicista e collabora dal 2007 con il quotidiano «Giornale di Brescia» come corrispondente esterno. Si è laureata in Dams (Cinema e audiovisivi) alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Brescia con una tesi sul Bildungsroman (Romanzo di formazione), scrive di libri su blog letterari e culturali (Liberi di scrivere, Sul romanzo). Dal 2015 ha un blog dedicato all’arte (Art in Pills) sul portale Cultora.it. Tiene corsi di Scrittura creativa, di Riscoperta dei Classici della letteratura e di Storia del Cinema. Ha fatto la speaker radiofonica. Ha curato le antologie di Racconti bresciani(Vol I, II, III, IV, V) per Historica edizioni, 2015 Cesena, e scritto Brescia segreta. Luoghi, storie e personaggi della città, Historica, 2015 Cesena e la storia per ragazzi Furio e la Beata Paola Gambara Costa, illustrata da Barbara Mancini, ebm edizioni, Manerbio 2015. A passo sospeso. The Floating Piers Christo & Jeanne Claude, Temperino Rosso, Brescia 2016. Onte il Camaleonte, ed. Arpeggio libero, 2017. Illustrazioni di Daisy Romero.

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