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ArT in PiLls: la religione in Dalì ne “Il Cristo di San Juan de la Cruz”

Viviana Filippini di Viviana Filippini, in Blog, del

Sono una miriade i dipinti a tema religioso che attraversano la storia dell’arte. Son così numerosi, che stabilirne una cifra esatta sembra essere impossibile. Certo è che essi ci narrano e raccontano storie bibliche e vite dei santi. Uno dei temi che spesso ricorre dentro alla storia dell’arte è quello della morte di Gesù e la cosa interessante è vedere come un argomento simile sia stato trattato in modo diverso dagli artisti che nel corso dei secoli lo hanno affrontato. Tra le tante opere che riproducono la crocefissione di Cristo ce ne sono alcune che hanno, a mio parere personale, un forte impatto emotivo e che dimostrano come, indipendentemente dall’epoca o dalla tecnica utilizzata dal pittore o sculture, esse abbiano un elevato potere comunicativo. Una delle crocefissioni delle quali vi voglio raccontare oggi mi ha sempre creato un interiore moto emotivo che non riesco spiegare bene e che non capisco se sia scatenato dall’insolita visione prospettica utilizzata dall’artista o da altro. Mi sto riferendo a Il Cristo di San Juan del la Cruz, di Salvador Dalì. La tela realizzata nel 1951 si trova al Kelvingrove Museum di Glasgow.

Dalì fu uno dei maggiori esponenti del Surrealismo e con la sua arte visionaria, non solo, riuscì a raccontare la società a lui contemporanea, ma anche molti dei sentimenti ed emozioni che caratterizzano l’animo umano, compresa la dimensione religiosa.  In questa tela Dalì traduce in immagini un sogno che lui aveva fatto nel 1950, nel quale una massa di colori si mescolava nella sua testa. Il pittore associava le cromie all’atomo e gli diede il valore metafisico dell’unità dell’universo. Questa unità per Dalì corrispondeva alla figura di Cristo.

Lo spunto per la realizzazione del dipinto, Dalì lo prese dalla storia di Juan de la Cruz, un mistico spagnolo vissuto nel XVI secolo, che durante un’estasi disegnò la crocefissione di Cristo utilizzando un punto di vista molto insolito. Quel disegno esiste ancora oggi, ed è conservato nel Convento dell’Incarnazione di Avila e con molta probabilità Dalì lo vide e da quel documento prese spunto per la realizzazione della sua tela.

La tela ad olio può essere divisa in due sezioni: per tre quarti trionfa la figura di Cristo crocefisso visto dall’alto e, nella fascia orizzontale in basso, c’è quella che potremmo definire una sorta di piede della tela, con un paesaggio con della figura umane.

Cristo occupa la maggior parte della superficie pittorica, ma non è visto di fronte come siamo abituati a vederlo rappresentato nella tradizione pittorica. Dalì pone il punto di vista dall’alto, da sopra la croce, quindi la figura di Cristo la vediamo di scorcio dall’alto verso il basso. Per realizzare ottica di visione, Dalì si creò un modello che osservava dall’alto attraverso un pavimento di vetro. Di questo Cristo, l’osservatore vede la nuca, le spalle e la tensione delle braccia e dei muscoli di questo corpo sospeso e sporto in avanti. Guardando con attenzione Cristo e la croce notiamo come essi possano essere racchiusi all’interno di un triangolo capovolto, mentre le spalle e la schiena delle figura di Gesù delineano la perfetta la forma perfetta di una circonferenza. Il triangolo e il cerchio inseriti da Dalì per la composizione del suo dipinto non vennero scelti a caso, ma con una fine preciso, in quanto per Dalì il triangolo e il cerchio erano la somma perfetta di tutte le esperienze metafisiche che lui aveva sperimentato.

Dal punto di vista anatomico la figura di Cristo è valorizzata nella solidità delle sue forme plastiche esaltate dalla luce che irrompe nel quadro (se lo guardiamo come spettatori essa arriva da destra, dentro alla tela la luce entra da sinistra) e dalla lunga ombra del braccio che sottolinea la  forza fisica e lo sforzo delle sospensione corporea di Gesù.

Altro particolare sono le mani e i piedi di Cristo, che non sono trafitti dai chiodi, come avviene nelle tradizionali rappresentazioni della Crocefissione. Non è che Dalì si sia dimenticato di dipingere i chiodi, il suo fu un gesto volontario per poter rappresentare quello che per lui era un sogno cosmico metafisico, che andava oltre la dimensione religiosa e di fede.

Sotto la croce e sopra il paesaggio con il cielo blu si innesta una fascia di nuvoloni temporaleschi e, a parte la figura di Cristo baciata dalla luce, il resto delle tonalità cromatiche presenti nel quadro sono scure e tetre. Questi colori scuri e atmosfere cupe messe in relazione alla morte di Gesù, evocano una sensazione di dramma universale e di tragicità comune ad ogni essere vivente e componente dell’universo.

I paesaggio con le figure umane nella parte bassa della tela,  potrebbe far pensare alla terra dove vivono gli uomini, ma le montagne che abbracciano la superficie di acqua stabile, liscia e del tutto immobile e quelle figurine umane, ferme e statiche come fossero statue, fanno capir che la dimensione di ambientazione non è la dimensione terreste dove tutto è frenetico e in movimento, ma è quella ultraterrena, dove tutto è immobile sospeso ed eterno. Si presume che Dalì per la realizzazione del paesaggio di fondo prese a modello la  spiaggia di Port Lligat, dove  il paese dove il pittore viveva. Per le persone dipinte a fianco delle imbarcazioni e in riva alla distesa di acqua, Dali prese come modelli dei soggetti tratti da dipinti di due artisti che ammirava molto Diego Velázquez (a sinistra), e Louis Le Nain (quella a destra vicina alla barca).

 

Salvador Dalì nacque a Figuera (Spagna) nel 1904. A 17 anni si iscrisse all’Accademia di Bella Arti di Madrid e nel 1926 venne espulso per cattiva condotta. Nello stesso anno D. partì per Parigi, qui collabora con il regista e amico Buñuel, Un cane andaluso, e la coppia attira l’attenzione di André Breton e dei surrealisti. Nel 1929 D. entra nel movimento dei surrealisti e conosce Gala Eluard, sua futura moglie. Negli anni Trenta organizza diverse mostre in Europa e in America, ma nel 1939 viene espulso dal Surrealismo per non aver preso le distanze dal Generale Franco durante la Guerra Civile spagnola. Nel 1940 va negli U.S.A. per sfuggire ala guerra e alla fine del conflitto torna in Europa dove rimane a vivere e lavorare fino alla sua morte nel 1989. Dalì è sepolto nel locale Teatro- Museo Dalì.

Surrealismo è una della avanguardie di inizio del Novecento, nata in Francia e diffusasi nel resto d’Europa tra le due guerre mondiali. Il surrealismo è una visione delle realtà più intensa e aumentata, nella quale il sogno e la realtà si integrano e fondono. Il movimento consapevole, come le altre avanguardie, della grave crisi storica e culturale ad esso coeva, puntava a trovare un soluzione che permettesse al singolo di dare libero sfogo alle sue energie inconsce e che lo aiutasse ad appianare la separazione tra dimensione inconscia e reale e quella tra libertà individuale e sociale. Letteratura, teatro, cinema e arte sono i settori dove esso si radicò.

 

 

Viviana Filippini

Viviana Filippini

Viviana Filippini (Orzinuovi –Bs-, 1981) è giornalista pubblicista e collabora dal 2007 con il quotidiano «Giornale di Brescia» come corrispondente esterno. Si è laureata in Dams (Cinema e audiovisivi) alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Brescia con una tesi sul Bildungsroman (Romanzo di formazione), scrive di libri su blog letterari e culturali (Liberi di scrivere, Sul romanzo). Dal 2015 ha un blog dedicato all’arte (Art in Pills) sul portale Cultora.it. Tiene corsi di Scrittura creativa, di Riscoperta dei Classici della letteratura e di Storia del Cinema. Ha fatto la speaker radiofonica. Ha curato le antologie di Racconti bresciani(Vol I, II, III, IV, V) per Historica edizioni, 2015 Cesena, e scritto Brescia segreta. Luoghi, storie e personaggi della città, Historica, 2015 Cesena e la storia per ragazzi Furio e la Beata Paola Gambara Costa, illustrata da Barbara Mancini, ebm edizioni, Manerbio 2015. A passo sospeso. The Floating Piers Christo & Jeanne Claude, Temperino Rosso, Brescia 2016. Onte il Camaleonte, ed. Arpeggio libero, 2017. Illustrazioni di Daisy Romero.

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