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Arriva al Vittoriale il romanzo inedito di Renata, la figlia di D’Annunzio

di Sabrina Amato, in Letteratura, del

Alla Fondazione Il Vittoriale degli Italiani è stato donato Una donna, il breve romanzo inedito scritto da Renata Anguissola nata – nel 1893 – dalla relazione fra Gabriele d’Annunzio e Maria Gravina Cruyllas, sposata con il conte di Ramacca Guido Anguissola. il dattiloscritto era fra le carte di Francesco Montanarella, terzultimo figlio di Renata – morto nel 2016 – e Silvio Montanarella. La vedova, Giovanna Montanarella, in accordo con la cognata Maria Teresa, ha deciso ora di farne dono alla Fondazione.

Costituito da 112 pagine numerate, il romanzo – ambientato per la maggior parte a Venezia – racconta la storia di Lina, giovane danzatrice che viene abbandonata dal suo amante quando scopre di essere incinta. Lina decide di portare avanti la sua gravidanza ma, a pochi giorni dal parto, deve affidare il bambino ad una donna del popolo per correre al capezzale del padre morente. Consumata dal rimorso, calca diversi palcoscenici di teatri finché, a Venezia, conosce il giovane ufficiale di Marina, Mario Berni, che s’innamora di lei e si prende cura anche del bambino, come fosse suo. Ma la guerra scombinerà gli esiti di questa grande storia d’amore.

Non stupisce che anche la figlia del Poeta – da lui chiamata la “Sirenetta” – avesse ambizioni letterarie; soprattutto constatando la raffinata formazione culturale ricevuta dal 1903 nel prestigioso Collegio di Poggio Imperiale a Firenze. La decisione riguardo l’istruzione di Renata venne presa dal padre – che voleva sottrarsi ai frequenti contrasti con la madre naturale – e favorita finanziariamente dall’attrice e amante del poeta Eleonora Duse, che promise di pagare anticipatamente tre annualità della retta del collegio.

«Molti elementi della narrazione sembrano emergere dalle vicende biografiche della Sirenetta – fa notare il direttore della Fondazione Il Vittoriale, Giordano Bruno Guerri – così il giovane ufficiale di Marina, impegnato nella progettazione di incursioni aeree, è l’alter ego di Silvio Montanarella, aviatore, fondatore del Battaglione San Marco ma, soprattutto, futuro marito di Renata, che sposò proprio a Venezia». Gli scorci lagunari dipinti nel racconto sono i medesimi visti e vissuti dalla scrittrice nel suo soggiorno; condivisi con il giovane marito e con il padre Gabriele d’Annunzio, che lei assisté nel periodo di convalescenza alla “Casetta Rossa” a causa dell’incidente all’occhio destro verificatosi dopo un ammaraggio brusco nelle acque di Grado, nel 1916.

A lei si deve la trascrizione ed il riordino dei cartigli scritti dal Poeta – temporaneamente non nel pieno delle sue capacità visive – utilizzati in seguito per la redazione del Notturno, pubblicato nel 1921.

«Da una prima lettura – spiega Guerri – appare evidente che Renata abbia scritto queste pagine avendo ben in mente quelle del padre. Infatti i riferimenti alle prose più famose del Vate ritornano puntualmente e neppure troppo sotto traccia: nelle prime pagine, ad esempio, la descrizione di una “calle silenziosa e deserta: un odore [sic] di umidità e di morte veniva da quelle case” ricorda quelle funeree del Notturno: “Usciamo. Mastichiamo la nebbia. La città è piena di fantasmi. Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligine. I canali fumigano. Dei ponti non si vede se non l’orlo di una pietra bianca per ciascun gradino”». L’atmosfera funerea delle pagine del Notturno e il periodo trascorso a Venezia nel 1916, durante la guerra, riemergono nel romanzo di Renata. Fino ad utilizzare un’aggettivazione tanto dannunziana da percepire l’immedesimazione della figlia nella prosa paterna.

Il rapporto del vate con l’unica figlia è sempre stato molto stretto e di profondo affetto; recentemente, in un’opera di Franco di Tizio, sono stati pubblicati dei carteggi inediti tra i due personaggi.

Ma rimane una perplessità: perché il romanzo non è mai stato dato alle stampe?

Il 28 marzo 1921 Renata, ormai all’ottavo mese di gravidanza, scrive al padre: «Forse ancora per un mese noi potremo vivere, e poi? Volevo venire da te per portarti il mio lavoro nella speranza di poterlo subito pubblicare e averne subito qualche utile. […] Vorrei risparmiarti delle noie, vorrei essere per te una fonte di dolcezza, ma la vita che non si stanca di essere dura con me mi costringe a scriverti così. Tu del resto non mi hai detto tante volte: Confida in me, io non ti mancherò mai? Ti chiedo di darmi una sicurezza per l’avvenire non mio, ma dei miei bambini (sai che fra poco più di un mese ne avrò un altro?) e che tu mi apra una via di lavoro permettendomi di pubblicare al più presto il mio libro. Vorrai mancarmi nel momento del più grande bisogno?».

La figlia aveva composto un volumetto di 69 pagine in cui raccontava la convalescenza del padre a Venezia in cui si era adoperata per accudirlo ed aiutarlo nella redazione del suo Notturno. Il Vate non mancò di fare sondaggi per un’eventuale pubblicazione, ma alla fine decise di bloccare tutto. Lo testimonia una lettera autografa di D’Annunzio, siglata come ‘‘urgentissima’’, del dicembre del 1921, inviata al suo fido segretario Tom Antongini: «Per Mondadori ti ho telegrafato in quel che riguarda il libretto di Renata. Desidero che tutto sia differito sine dine, compreso l’anticipo e quindi compreso il contratto. Ho dato e darò io steso in forma di anticipo a fondo perduto».

Purtroppo è probabile che, geloso del suo successo, timoroso che la sua fama potesse essere momentaneamente oscurata, pagò cum suis Renata in cambio della mancata stampa.

A far luce su questa vicenda poco conosciuta della biografia dannunziana è stata Ilaria Crotti, docente di teoria della letteratura all’università Ca’ Foscari di Venezia, che nell’archivio del Vittoriale ha trovato il dattiloscritto inedito del libro di Renata insieme ad altre carte relativa al rapporto tra padre e figlia. L’edizione commentata del testo è in seguito stata pubblicata con il titolo Il ‘Notturno’ della Sirenetta.

Che il romanzo Una donna abbia subito il medesimo destino?

Sabrina Amato


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