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57 secondi per non potermi innamorare di una cecena

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Da un minareto lontano il muezzin chiama i suoi fedeli alla preghiera. I clacson e le gomme che stridono sull’asfalto gli rispondono non curanti. Guardando gli alberi fuori dalla finestra capisco che soffia un bel vento dal mar Caspio. E il sole inizia a scendere dietro i condomini tappezzati di parabole e panni stesi dai balconi.

Sono stato alle gole di Argun e ora sono parecchio stanco, ma devo alzarmi dal letto altrimenti stanotte non dormirò. Mi infilo i pantaloni e le mie solite Nike nere e bianche. Poi esco e scendo la scalinata dell’hotel Tiynalla che porta verso il lago Groznenskoye More. Nel parcheggio ci sono due pattuglie di non si capisce quale esercito e due donne sulla sessantina che studiano quale tavolo occupare per il picnic della sera. L’acqua increspata sbatte sorda contro le rive erbose. Mi siedo su una panchina per prendere un po’ di fresco, ma prendo solamente le urla di quei bambini che già avevo visto nei Balcani, con la maglietta a righe, le ciabatte e i piedi neri. Io mi conosco. Sono uno che preferisce il rumore del mare, così mi incammino ascoltando le onde e la ghiaia sotto i piedi. Alcune donne siedono sull’erba guardando il cielo pallido e forse anche un po’ la propria vita. Altre giocando con un sasso o un filo d’erba. Altre ancora coi propri figli. Gli uomini invece giocano con la propria barba. Laggiù si noleggiano le macchine elettriche. Ho sempre sognato di averne una, ma da piccolo non avevo il posto per poterla usare. Ora che il posto ce l’ho, non c’è abbastanza posto per i miei 80 kg.

Salgo le scale. Devo cercare da mangiare. Non posso andare a dormire a digiuno come ieri. Faccio l’ultimo scalino quando scatta il rosso e il countdown. 57 secondi al prossimo verde. Mi appoggio disinvolto al palo del semaforo e mi guardo attorno. Tra la polvere e i gas di scarico euro -5 vedo una ragazza dall’altra parte della strada. È insieme alla madre e sta aspettando l’autobus o quello che arriverà, se arriverà. Come tutte le donne qui, anche lei indossa lo hijab in testa. Il suo è rosa con alcuni fiori chiari. Poi ha una maglia attillata bianca. Una gonna plissettata lunga fino ai piedi. Sandali alti bianchi. Mi guarda con lo sguardo di chi vuole farsi vedere. E io vorrei tanto farle capire di aver visto, ma mi ricordo di aver letto che è sconsigliato comunicare con le donne qui in Cecenia. Così faccio finta di nulla e fisso i secondi che lampeggiano. Tre. Due. Uno. Arriva il verde. Attraverso la strada di corsa perché hanno il verde anche gli altri. E quando qui partono sembra di essere alle Race Wars del primo Fast and Furious. Lei mi guarda ancora e allora io le passo di fianco. Tra le friggitorie ambulanti e la puzza di frizione bruciata riesco a sentire il suo profumo. Non sarà Chanel numero 5, ma è buonissimo. Lei mi segue con lo sguardo. Nella foto che le scatto di nascosto guarda l’obiettivo senza nascondersi. Mi sorride. In effetti ho la barba. Una brutta cera. Un po’ di pancia che arrotonda la maglietta Zara relax fit. Ma forse non lo sa: sono italiano. E qui ho imparato che una donna cecena può sposare solo un uomo ceceno. E che io ho avuto 57 secondi per non potermi innamorare di lei.

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Valentino Broccoli


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